Mentre mi allontanavo potevo vederla: era la lava che scendeva dall’Etna. Fuoriusciva, andava giù per un tratto di non so quanti metri, per poi ritornare sotto terra, laddove veniva.

Catania. La nave era appena salpata e a me già erano venute in mente millecento idee per iniziare un racconto o scrivere una nuova puntata del diario di viaggio. Da allora non è successo niente di tutto questo. Fermo immobile.

In questi giorni ho letto, credo siano di Kafka queste parole, che non è vero – per chi scrive – che quando si è in pausa non succede nulla; non ce ne accorgiamo magari, ma dentro di noi si sta preparando qualcosa.

È anche vero che, sempre in questi giorni, ho letto che le startup siano 1% di idea e 99% di azione e che non dovevo dimenticare – già, perché sembrava si riferisse a me – che non erano importanti le idee, ma le persone che le realizzano.

Ma vi stavo parlando della nave.

Io mi sentivo nella condizione migliore in cui mi riconosco, con la felpa e i pantaloncini corti, la barba, un sacco con la tracolla fatta di fune e due libri all’interno. Di zingari ne abbiamo?

Quelle che più di tutti avevano attirato la mia attenzione erano due ragazze sole che si erano messe sdraiate sul pontile e avevano tutta l’aria di volersene stare là a passare tutta la notte – Ce ne sbattiamo delle poltrone interne – e poi due coppie; si trattava di due coppie molto simili nel senso che i maschi si assomigliavano e le ragazze pure.

Fisicamente si mostravano al mondo in questo modo: maschi sotto la cinquantina, pancia pronunciata, grossi, militari nel vestire – uno di loro aveva proprio il pantalone della mimetica abbinato a delle bretelle che penzolavano sui fianchi – pelati, con pizzetto bianco e qualche tatuaggio. Due veri macho, visti da lontano. Le ragazze molto più giovani, sulla ventina, mingherline, con i capelli viola e lo stile delle skater girl. Sembravano molto innamorati tutti e quattro, si sbaciucchiavano ovunque.

I maschi sembravano usciti da una favola per bambini. Erano troppo sdolcinati nelle movenze e tutto questo andava in netto contrasto con la loro fisicità. Cercai di staccargli gli occhi da dosso, probabilmente mi stavo fissando.

Le ragazze sole, invece, continuavano a comunicare libertà. Dopo un’ora erano ancora là, appoggiate alla ringhiera del pontile sembravano reduci dalla tre giorni di Woodstock. Una di loro era sdraiata e si era accesa una canna sensazionale. Ogni tanto, mentre tirava giù il fumo, alzava il braccio verso il cielo come se volesse sentire ancora di più il vento. Era proprio una canna sensazionale.

A Catania ci ero arrivato con due giorni di anticipo rispetto all’itinerario che mi ero prefissato in partenza.

Ci ero arrivato da Marina di Ragusa anche se sarebbe più giusto dire “ero scappato”. Mi sentivo soffocare in quella città nonostante fosse tutto perfetto, tutto ordinato. Avevo pagato pure in anticipo la casa.

E pensare che mi ero conservato quel posto come ciliegina sulla torta di quel viaggio.

Nei giorni precedenti ho girato un po’ di paesini della provincia. A Scicli, ad esempio, ci sono arrivato verso mezzogiorno e per fortuna il sole andava e veniva.

Mi sono seduto verso le quattordici in un posto molto piccolo, che aveva qualche tavolo all’esterno. C’eravamo io, appunto, e una coppia molto giovane seduta al tavolino a fianco al mio. Ordino un’insalata. L’ordine lo prende una ragazza mora; mi riferisce che la lattuga era finita e che quella era stata una giornata in cui tutte le persone avevano ordinato insalate.

“Non è un problema” le faccio “fai mettere in abbondanza tutto quel che prevede il piatto men che la lattuga”.

Dopo un po’ mi ritrovo con il piatto pieno di rucola, pomodorini formaggio e non ricordo più cosa davanti.

La coppia giovane era ancora là che mangiava. Lui stava guardando un video dal telefono mentre masticava, lei guardava la strada mentre masticava e io guardavo loro mentre masticavo. Dopo un po’ sono andati via e io sono rimasto da solo a quei tavolini. C’era poca gente lungo quella strada. Anche la ragazza che lavorava in quel posto era rimasta sola.

Decido di pagare, pago, e nel momento in cui sto per uscire sento dirmi “Quando sei entrato ho pensato fossi un mio amico”.

Hai da accendere? Ti va un caffè? Non sei di qui? È tuo il locale?

Ci mettiamo a parlare. Parliamo della tristezza che emanavano quei due ragazzi che fino a pochi minuti prima erano seduti là. Ne ridiamo. Poi continuiamo, un altro caffè, una sigaretta – fortunatamente con il mio compagno non è cosìe discutiamo su cosa si fa la sera a Sciclici stai insieme da parecchio con il tuo compagno? – e discutiamo anche di quanto sia chiusa mentalmente la maggior parte delle persone che vivono da quelle parti – sai, io amo il mio compagno, conviviamo, ma so benissimo che nulla è per sempre. Nel senso…nella vita tutto è possibile

Già, tutto è possibile.

E allora io penso a quei racconti, alle parole di quella ragazza e alle sue descrizioni. Le descrizioni della sua periferia. Ci penso perché io la periferia la conosco bene, perché la periferia, più che un posto, e io lo so, è uno stato d’animo dove ci vuole veramente poco per far diventare la merda un riferimento. Maledizione.

E mentre ci penso ci pensa anche lei; e restiamo entrambi a fumare le stesse sigarette, al riparo sotto la stessa ombra.

Già, tutto è possibile, o quasi.

Sul pontile si è fatto giorno, la gente esce dalle cabine sbadigliando. Ci sono anche le due coppie. Manca un maschio, sarà andato nel cesso, e infatti, dopo un po’ lo vedo arrivare; mentre si avvicina alla fidanzatina imita il volo della rondine con le braccia. Ah, è veramente troppo!

Vorrei parlare tanto di disperazione alcune volte, poi mi fermo e penso: Di cosa posso parlare, quando parlo di disperazione, se non di questo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here