I miei diari di viaggio li scrivo, a parte qualche raro caso, fuori dalla camera di albergo. Ricordo quasi tutti i posti: i bar all’aperto, di fronte all’oceano, sui muretti. In Sicilia sto imparando a scrivere sulle scale. Scale di tutti i tipi, delle chiese ad esempio, oppure di una casina abbandonata come quella da cui sto scrivendo in questo momento.

Mi trovo sulla piazza principale di Marzamemi e ho appena fatto colazione: brioche, cremolata e un caffè.

Ora, le leggi della biologia dicono che un uomo, dopo una colazione del genere, dovrebbe correre in bagno, lo so, ma stranamente il mio corpo sta dicendo “No” ad alta voce. Per il momento quel cesso non mi avrà e io continuerò a scrivere.

Marzamemi è un piccolo borgo marinaro con tanti ristoranti piccoli e carini. Si gira tutta a piedi dal momento che è un morso. È il classico posto in cui si viene in coppia: vai al mare, ceni e fai l’amore. Io qui ci sono venuto senza una compagnia femminile ed è facile intuire cosa è mancato dall’elenco nella mia routine.

In questo posto, devo essere sincero, mi sono sentito un pochino solo. Da quando sono arrivato, Marzamemi l’ho sempre vista piena di gente e questo paradossalmente accresceva questo mio stato d’animo. Stamattina è diverso, ci sono pochissime persone e io mi sento più addentrato agli usi, al modo di parlare e fin anche ai muri di questo posto. In questa condizione mi sento meno turista ed è bellissimo.

Sentirsi soli, per me, non significa essere soli fisicamente. “Sentirsi soli” è una condizioni spirituale. E un po’ come chiedersi “Mi sento solo, ma solo rispetto a cosa?”.

Cerco di spiegarmi raccontando gli ultimi giorni.

Carmine, un mio amico fraterno, è venuto in Sicilia per cinque giorni.

È atterrato a Catania e poi mi ha raggiunto a Noto con il treno. Quando sono andato a prenderlo alla stazione erano più o meno le quindici e c’erano circa 150 gradi.

Vista e considerata la temperatura e il derivante nostro stato fisico abbiamo deciso di rifocillarci. Siamo andati al centro di Noto in una stradina piccolissima e ci siamo seduti in un posto strapiccolo. Una birra, due birre, il caldo e… il proprietario del locale che prende la chitarra e si mette a suonare. Nel suo repertorio c’erano le canzoni classiche napoletane.

Per due persone come noi, come me e Carmine, queste sono le condizioni ideali per far sì che si materializzino quelle che universalmente vengono riconosciute come figure di merda. Perché? Perché cominciamo a cantare. In un primo momento abbiamo intonato solamente qualche ritornello poi, però, il proprietario ci ha detto che lui avrebbe continuato a suonare a patto che noi cantassimo, dal momento che lui i testi non li conosceva a memoria.

Ecco il pane per i nostri denti, eccolo, caldo e croccante. Carmine ha sfoggiato una conoscenza dei testi invidiabile, ma il livello artistico lo abbiamo alzato nel momento in cui ci siamo aiutati con internet. Leggendo le parole ci siamo sentiti sicuri e le nostre voci sono arrivate a decine di metri, tanto che a un certo punto ci siamo ritrovati con un gruppo di persone incuriosite che hanno cominciato a girare i video.

“Ci stanno riprendendo” mi faceva Carmine con la paura che quei video potessero diventare virali e farci fare, così, una figura di merda universale, planetaria… io cercavo di dirgli, e tutto questo succedeva mentre la musica suonava e non tra una canzone e l’altra, di non preoccuparsi che dovevamo fregarcene, ma lui non mi faceva finire la frase che già aveva ripreso a cantare, a ridere e a sudare: l’ebbrezza aveva trapassato i muri della dignità.

Dignità umana che se ne andava a puttane dal momento che cantavamo di merda.

Avevamo due personalità che prendevano il comando delle nostre azioni intervallandosi in periodi fatti di secondi. Nel frattempo si era seduto al nostro tavolo anche un maestro di musica, un maestro serio: un uomo di settantacinque anni che aveva girato l’Italia in lungo e largo per suonare. Si trattava di una vecchia conoscenza del proprietario-chitarrista che, facendosi prendere dalla malinconia, ha cominciato a dettare i tempi musicali. Doveva essere una malinconia profonda visto che ha accettato di partecipare a quello show indegno, in cui io e Carmine eravamo i cantanti.

Alla fine il bollettino di guerra diramava questa situazione: due ore ininterrotte di musica napoletana classica, numero imprecisato di riprese video, stato alcolemico medio alto e udite udite… un ragazzo che si alza per dare a Carmine venti, dico venti, euro di mancia. “Siete stati troppo bravi” diceva questo ragazzo di Milano il quale o non aveva mai sentito le versioni originali delle canzoni da noi cantate o, cosa più probabile, aveva ingurgitato una quantità di birra incommensurabile, oceanica, inumana.

“Sei molto gentile” gli fa Carmine e gli spiega che non poteva accettare soprattutto per il fatto che quello non era il suo lavoro. Il ragazzo recepisce, forse, il messaggio e se ne va accompagnato dalla sua ragazza dopo essersi assicurato di non averci offeso con la sua mancia.

Che dire, sono stati dei giorni in cui ci siamo dedicati al mare, agli edifici barocchi e al cibo. Tanto cibo.

Quando Carmine è partito io ho ripreso il mio viaggio in solitaria, ma non è stato facile rientrare in quel mood.

Mi sentivo solo, e in questo caso, solo rispetto alla compagnia di Carmine e non “solo” in senso assoluto.

La solitudine, ho pensato, ha qualcosa a che vedere con le connessioni. Quanti si interessano veramente a quello che facciamo, indipendentemente dalla distanza che ci separa e dalla cadenza con cui ci si sente, e in che modo lo fanno? Pensando alle persone che conosco e a me mi sono venute in mente tante probabili e diverse risposte.

Ognuno di noi ha bisogno di qualcosa di diverso per combattere la sua solitudine perché diversi siamo tutti.

“Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vorremmo vivere potremmo essere suddivisi in quattro categorie: la prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi, in altre parole desidera lo sguardo di un pubblico. La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti. C’è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere avanti agli occhi della persona amata. E c’è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori.” Milan Kundera.

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