Diario di viaggio in Sicilia on the road.

L’idea che il mio diario di viaggio assumesse questi contorni non mi dispiacerebbe: svegliarmi la mattina, fare colazione (ultimamente non la faccio mai) e mettermi a scrivere tutto quello che è successo il giorno prima.

Stamattina va proprio così. Ho aperto gli occhi e ho sentito bisbigliare le signore che hanno dormito nelle file di poltrone a fianco a le mie. A parere mio sono cognate. Comunque. L’una diceva a l’altra che la nave stava rallentando perché stavamo attraversando lo Stretto di Messina. Erano le sette e qualche minuto e io ne avevo ancora di sonno da smaltire, ma ho deciso lo stesso di alzarmi.

Dovevo andare a vedere Sicilia e Calabria che da sempre vogliono e da sempre non riescono a toccarsi. E ho fatto bene. Avevo gli occhi semichiusi e i sensi assopiti ancora nel sonno, ma questa condizione non è stata sufficiente per rovinarmi questa scena così tragica e romantica.

Due di due ho pensato. Due di Due come il romanzo di de Carlo, il primo che mi ha coinvolto “in un certo modo”.

Sono rientrato dal ponte, con i polmoni aperti e anche lo stomaco: mi sono diretto al bar per fare colazione senza indugiare un solo istante.

Poi mi sono messo alla ricerca di un posto per scrivere, possibilmente con la presa di corrente nelle vicinanze in modo tale da tenere il cellulare sotto carica e sotto controllo.

I tavolini attorno al bar sarebbero stati perfetti dal momento che c’era un silenzio ispiratore e la vista delle bottiglie (appunto del bar) a pochi metri. Peccato che le prese erano tutte occupate.

Ho dovuto cercare un altro posto e alla fine sono tornato là dove avevo dormito, sulle poltrone. Le due cognate erano ok, il problema erano i ragazzi delle file più avanti che facevano rumore anche per grattarsi in testa. Commentavano qualsiasi cosa e lo facevano sempre a voce alta.

Mi sono detto che potevo aspettare la carica del cellulare e poi trovare un altro posto in cui scrivere; poi, però, è successo quello che qualcuno definirebbe un intervento divino. Da lontano ho visto arrivare il marito di una delle due cognate. Un uomo distinto (come le signore tra l’altro), sulla sessantina, discreto nei movimenti. Aveva una felpa grigia con una scritta bianca sul petto. Più si avvicinava e più quella scritta si faceva chiara e più si faceva chiara e più non credevo ai miei occhi.

La scritta era questa: #pass-pocazz.

Chiariamo io non sono puritano ne, tanto meno, un moralista. Dico solo che non mi aspettavo che un signore come quello che vi ho descritto indossasse una felpa con una scritta così, come dire, folcloristica.

Il tizio si è seduto accanto alle due cognate (ho deciso che sono cognate) ed effettivamente era proprio distinto, un tipo apposto sotto il profilo del vicino di viaggio.

Ho pensato: quel messaggio era per me! Quel messaggio diceva che il mio viaggio era cominciato e la modalità con la quale potevo affrontarlo risiedeva nel suggerimento di quella scritta bianca.

I rumori sono diventati rumori lontani e le parole e i pensieri mi avvolgevano.

Ripensavo a quella scritta salvifica #pass- pocazz, ossia “non me ne frega di nulla” e riflettevo che per me, in fondo, quel mood non vale per tutto il creato. Quel messaggio si riferiva non a tutte le cose che accadono, ma a quelle che posso recepire come negative. Ecco, per quel tipo di cose passerò avanti, le tratterò con superficialità, mi sono detto.

Allontanarsi da tutti i pensieri e la mentalità che si abbraccia nel momento in cui si è in vacanza.

Spesso questo modalità ti fa trattare con leggerezza tutto, compreso le emozioni positive, “Non me ne frega di nulla” appunto.

Una differenza che può esserci tra il viaggio e la vacanza, a parere mio, può risiedere proprio in questo.

In vacanza dici “Non me ne frega di nulla”, mentre in viaggio dici “Non me ne frega di nulla di ciò che è negativo”.

Il viaggio dovrebbe essere un’opportunità per affinare la nostra capacità di emozionarci e contemporaneamente lasciar andare il negativo.

Ieri sera mentre partiva la nave e le luci del porto si allontanavano si creava un’atmosfera bellissima. La percepivano tutte le persone che, come me, stavano sul pontile e guardavano quello spettacolo incredibile che regala ogni nave che salpa. C’erano un sacco di persone che facevano un sacco di foto.

Una donna immortalava il papà e la mamma, ma potevano essere anche i suoceri, che si abbracciavano, sempre sul pontile, con le luci della città sullo sfondo.

Ha scattato tre foto, la donna, e in ognuna il nonno rinnovava l’abbraccio alla nonna e in ognuno di quelle strette sembrava le dicesse “Ti voglio bene”.

Io mi sono un po’ fissato a guardarli e come un cazzone ho fatto gli occhi lucidi, ma non è tanto per gli occhi lucidi quanto per il fatto che il nonno si è accorto di me con gli occhi lucidi.

Il nostro sguardo si è incrociato e in quel momento il nonno sembrava dispiaciuto. Abbiamo comunicato senza parlare: perché piangi mi fa lui alzando le sopracciglia, no niente rispondo io arricciando la faccia, sicuro? insiste il nonno allargando gli occhi, sicuro! rispondo io sorridendo, bene! Conclude, anche lui sorridendo, e se ne va.

Non mi capitava da un po’ di viaggiare in Italia ad Agosto, non me lo ricordo nemmeno più da quanto.

Sarà in un certo senso tutto nuovo. Lo spirito del viaggiatore che è in me, però, voglio conservarlo.

Allora ho pensato che se negli anni passati rivolgevo i miei pensieri verso l’Italia, questa volta rivolgerò i mie pensieri verso il mondo. Una corrispondenza internazionale che parte dal Belpaese.

Prima lettera spedita, titolo: Postcard from Italy.

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