Oggetti che scompaiono dalla nostra vita e poi ritornano.

Eppure, se non ricordo male, mi sembra di averlo già scritto da qualche parte. Mi riferisco a l’invenzione che più di tutte aspetto dall’uomo: la macchina del tempo. In un certo senso questo desiderio la dice lunga anche sui miei connotati psicologici da occidentale, quegli stessi connotati che i sapienti e saggi uomini dell’oriente ci criticano, ossia la capacità, anzi l’incapacità di vivere il presente.

Oggi ne ho avuto l’ennesima conferma, a pranzo, mentre mangiavo un piatto di pasta e piselli. Ero a casa di mia madre quando all’improvviso lei, mia madre, mi fa “Te la ricordi?”.

Si riferiva a una bici da corsa, o meglio a un modello di bici da corsa, in plastica, colore verde, grande una ventina di centimetri. La bici era stata appoggiata a terra, di fianco al mobile del televisore.

“Certo che me la ricordo” rispondo io un po’ a scoppio ritardato, facendo caso solo ora, rammentando la scena, al fatto che avessi rallentato anche il movimento della masticazione.

Non mi sono avvicinato, continuavo a osservarla quella bici; ho preferito rimanere seduto lasciando invariata quella distanza di un paio di metri che ci separava.

“L’ho tirata fuori da quel mobile, ma penso che dovrò applicare un po’ di colla dal momento che si smonta in tutte le sue parti” continua mia madre “Si è sempre smontata” rispondo.

Quella bici ce l’avevo sempre davanti agli occhi da bambino.

Mia madre mi ha detto che un giorno papà la portò a casa assieme a un altro modellino identico. Capitò nel giorno in cui il Giro d’Italia fece tappa ad Aversa. Io di quel giorno mi ricordo solo che vinse Cipollini. Ma della scena di mio padre che entra in casa con quei due modellini di bici in mano la mia memoria non ha proprio nessuna traccia.

Per me quelle due bici sono sempre esistite. Poi c’è stato un momento in cui le nostre strade (è avvenuto durante il trasloco e chissà in quale scatola è finita) si sono separate e oggi come per magia ci siamo rincontrati.

“Potresti portarla a casa tua” fa mia madre “No, preferisco di no” le rispondo e poi “Però lasciala lì, dove sta”.

Non è un modello costoso, di quelli fatti bene intendiamoci. Eppure noi la tenevamo esposta. Me la ricordo su una mensola bianca, di fianco al letto di mio fratello.

Mangio, comunque, ingurgito tutto e poi mi appoggio sul divano pensando al seguito della storia che sto scrivendo. Comincio a pensare di non sapere in che direzione farla andare, di non avere un piano ben preciso, e di essermi messo nei guai con le mie stesse mani per aver preso delle scelte casuali dettate dalle regole dalla sfida che io stesso avevo lanciato ai lettori. Si tratta di questa sfida.

“Forse è meglio non pensarci” mi sono detto, d’altronde posso prendermi anche delle ferie da questo racconto dal momento che non ho avuto commenti.

E poi, subito dopo “Ti stai inventando delle scuse, ti stai arrendendo”, insomma quel genere di frasi che mi girano per la testa ogni volta che non riesco a mettere in file due parole scritte.

Stavo per uscire per andare a lavoro, la bici era ancora là, a terra in un angolo di fianco al mobile del televisore. Mi sono messo ad osservarla, giusto un paio di secondi e poi ho tirato dritto verso l’uscita.

Sono andato a lavoro e sono ritornato di nuovo a casa di mia madre per portarle dei farmaci. Ne ho approfittato per mangiare qualcosa. Una bella fresella integrale con pomodorini e rucola.

“Dov’è la bici” faccio a mia madre mentre l’olio scorreva da entrambi i lati della bocca.

Era stata messa nella mia ex camera da letto, riparata, come diceva mia madre, con un po’ di colla qua e là, giusto per tenere fermi quei pezzi che cadevano. Sono andato in camera. Quando l’ho presa in mano mi sono accorto che era diventata molto vecchia quella bici.

Al cuore non si comanda.

Ho chiesto un sacchetto a mia madre, avevo deciso di portarla con me a casa. Durante il tragitto, in macchina, pensavo che quella bici fosse pure un po’ bruttina e che, quindi, dovevo pensare bene a dove posizionarla.

Una volta a casa, ho provato a piazzarla su un paio di mensole, poi ho deciso di metterla nella stanza delle incertezze. La stanza delle incertezze è la camera che molto probabilmente arrederò per ultima. Ci sono poche cose là dentro e, in tutta onestà, ho solamente una vaga idea di come verrà fuori quella stanza alla fine. Mentre appoggiavo quella bici sul tavolino, la guardavo e sentivo un certo attaccamento verso quell’oggetto, seppur fosse vecchio, incollato e, come dicevo, pure bruttarello.

“Sono fatto di carne, ossa e ricordi” mi sono detto mentre mi immaginavo a chiacchierare con un vecchio saggio orientale. E proprio mentre tutto questo avveniva, mi chiedevo pure se le strade che ci riconducono alle cose importanti alla fine tornano sempre.

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