Una puntata a settimana. I lettori commentano e le loro indicazioni influiscono sul seguito della storia nei prossimi appuntamenti.

Segue dalla quarta puntata.

Che cosa mi stava succedendo? Non capivo. Quando ti senti disorientato, quando hai quella sensazione di vuoto, di mancanza di controllo della tua vita è un po’ come perdere l’equilibrio. Generalmente quando si perde l’equilibrio poi si cade e un attimo prima che questo avvenga sei pervaso da una sensazione definita: la paura di cadere. Facile no? Perdi l’equilibrio, hai paura di cadere e poi cadi. Poi, quando cadi ti fai più o meno male.

Ma cosa succede se non cadi mai? Cosa avviene se quel momento esatto, la paura, si ripete, diventa perpetuo? Non lo sai cosa avviene e nemmeno ti interessa. Quando succede vuoi solo che quella sensazione finisca. Per questa riflessione, negli anni, la mia personale definizione di disorientamento è diventata la seguente

“Continua paura di cadere senza che questo avvenga”.

Quando incontrai Chiara a quell’incrocio, quando ci fissammo negli occhi, ecco, da quel momento in poi sarei stato investito da quella sensazione: dal disorientamento.

Chiara indossava un jeans normalissimo e una maglia scura. I capelli biondi erano ancora più biondi con la matita nera che le contornava gli occhi azzurri.

Ero teso, pensavo, uguale a una corda di violino. Tuttavia il tempo per inventarmi qualcosa da dire non fu abbastanza, in un baleno Chiara me la ritrovai di fronte.

-Prendiamoci un caffè- mi disse senza nemmeno dire ciao, seria com’era così rimase.

Io la seguii senza dire troppe parole.

Mi meravigliai, più che altro, delle movenze, così confidenziali, che Chiara aveva con le strade di una città non sua. Quello spazio sembrava gli appartenesse e questo suo modo di fare mi toglieva molte energie. Dovevo essere io a guidarla per quelle strade, quella era la mia città non la sua.

Ci sedemmo allo Shaker, dopo un tragitto durato un paio di minuti. In quel posto non ci ero mai stato, nonostante si trovasse al centro. All’epoca, in realtà, ero entrato in pochissimi locali. I miei “posti” erano le strade. Avrei voluto pagare io e per questo avevo timore che i soldi che avevo in tasca potevano essere non abbastanza. Poi pensai che di fronte a me poteva esserci un poliziotto e le mie paure si moltiplicarono all’infinito.

-Fino allo scorso anno abitavo qui a Palermo- rivelò improvvisamente.

Aveva venduto la casa della madre venuta a mancare due anni prima. Il padre invece viveva in Liguria. Era ritornato nella sua terra appena dopo la separazione, avvenuta quando Chiara aveva diciassette anni.

Continuava a parlare senza sosta, ma non mi dava fastidio. Il suo era un modo speciale di chiacchierare, alternava la sua storia alle domande che faceva sul mio conto.

-Palermo un po’ la odio, un po’ la amo- disse.

-Credo di capirti- risposi io.

-Le vie di questa città sono una sorpresa continua, ma credo di odiare quella sensazione di avere sempre gli occhi addosso-

-Credo di capirti anche su questo, mia madre tutti i giorni ci racconta i fatti del rione intero-

-Già- disse lei. Sorrise e mentre lo faceva mostrò i denti più belli che io avessi mai visto. Poi si scusò per andare in bagno.

Restai da solo e mi accesi una sigaretta. Se mi avesse visto qualcuno con Chiara avrei fatto un figurone pensai. Ma fu un pensiero breve. Cosa ci facevo in quel posto veramente? Chiara non aveva accennato a nulla rispetto a quella sera e io non sapevo cosa aspettarmi. Se avessi dovuto scommettere, in tutta onestà, non pensavo fosse un poliziotto. Perché mai un poliziotto mi avrebbe invitato a prendere un caffè? Forse, e questa era l’ipotesi più attendibile, voleva cercare di capire che tipo ero e magari decidere se dirmi una cazzata o meno rispetto alla sua identità.

Quando Chiara tornò a sedersi di fronte a me il mio stato d’animo era un tantino più rilassato pur non avendo avuto nessuna risposta alle domande che mi ero fatto.

-Comunque- disse Chiara –non ti devi sentire a disagio per quello che è successo ieri sera

-Che…che cosa?- feci io, sfoderando la più improbabile delle espressioni di stupore.

-Dai- fece Chiara.

Silenzio.

-Si vede che sei un bravissimo ragazzo e a me piacciono i bravi ragazzi- mi disse.

“Allora è così che dicono le puttane per accaparrarsi i clienti” pensai. Mi stava adescando sicuramente.

-Quello che stavi facendo ieri sera è assolutamente normale, ci sta’ che alla tua età un ragazzo voglia sperimentare-

Io restavo in silenzio. Le sue parole, però, erano così lontane dai pensieri bigotti a cui ero abituato e per questo mi sentii vicino a lei; a quel punto era inutile continuare a fingere. Chiara mi stava simpatica e io volevo che lei lo sapesse. Volevo dimostrargli fiducia e dimostrarle che il mio pensiero era privo di pregiudizio.

-Ascolta Chiara, volevo dirti che… insomma, anche da parte mia, puoi stare tranquilla che io starò in silenzio-

Vidi una strana espressione nel suo volto, così mi avvicinai e a bassa voce cercai di spiegarmi meglio.

-Lo sappiamo che in questa città se si venisse a sapere quello che fai…insomma…va be’ ci siamo capiti, no? Comunque volevo dirti che io non lo dirò a nessuno- mentre lo dicevo, proprio in quel momento, mi passavano davanti agli occhi le espressioni di Jenny e Peppone subito dopo essere stati tempestivamente informati sulle attività di Chiara dal sottoscritto. Ero bugiardo, spregevole.

-Fammi capire, precisamente su quale mia attività ti staresti impegnando a mantenere riserbo? Forse mi sfugge qualcosa- disse Chiara incuriosita.

-Credi che io mi prostituisca?-

-No, no-

-Credi che faccia la puttana?-

-Ma no, no davvero-

Insomma furono attimi concitati.

Il tempo di un caffè ed ero salito sulle montagne russe. Poliziotta, prostituta, io che finivo nei guai e poi, alla fine, niente di tutto questo.

-Forse dovresti imparare a non soffermarti alle apparenze- mi disse Chiara una volta usciti dallo Shaker –menomale che sei simpatico, mi sarei potuta offendere- continuò poi. Mi salutò con l’occhiolino e per questo pensai che, probabilmente, non si era offesa.

Mi sentii più leggero, quei cattivi pensieri mi avevano abbandonato. Il lavoro fatto per Jenny era passato e io ero riuscito ad uscire illeso da quella situazione.

Era arrivato l’ora di andare a casa, tutti i pensieri potevano essere rimandati, almeno per il momento.

Ma pensai male. Mi ritrovai la macchina di Jenny a fianco.

 -Sali che dobbiamo parlare- mi disse e io montai, poi le mie orecchie udirono l’ultima domanda che mi sarei aspettato di sentire dalla bocca di Jenny.

 –Cosa ci facevi al bar con Chiara Girone?-

Ti è piaciuta questa storia? Be’ allora non ti resta che commentare e nelle prossime puntate la storia prenderà la piega che decidi tu! In alternativa metti un like sui miei social a te non costa nulla, ma per me è molto importante.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here