Una puntata a settimana. I lettori commentano e le loro indicazioni influiscono sul seguito della storia nei prossimi appuntamenti.

Segue dalla terza puntata

Certe volte pensavo a Palermo. La città dove sarei cresciuto, dove avrei fatto le mie esperienze doveva corrispondere a quella dove ero nato? A volte me lo chiedevo.

A quindici anni mi sembrava sempre di vivere a metà. A metà tra la realtà, la vita vera, e ciò che immaginavo come posto ideale.

All’epoca frequentavo due gruppi di amicizie completamente differenti. C’erano i ragazzi del quartiere dove ero nato, di cui faceva parte anche Jenny, e un altro gruppo più piccolo che avevo conosciuto grazie a Peppone.

Peppone era un mio compagno di scuola e ci conoscevamo da due anni. Mi fu molto simpatico dall’inizio, sapeva un sacco di cose sulla musica e per questo motivo la nostra amicizia si strinse quasi subito.

Nel quartiere non ho mai parlato di musica, nessuno mi ispirava a parlargli della mia passione. Non avevo molte soddisfazioni in tal senso. In compenso da quelle parti succedevano spesso un sacco di “colpi di scena”, cose tipo rapine e risse furibonde. Io certi fatti li vedevo e altri li venivo a sapere dalla bocca dei ragazzi, quando si riunivano sui muri della chiesa che stava di fianco alla sala giochi.

Ogni volta che raccontavo quei fatti a Peppone mi accorgevo che i suoi occhi si sgranavano dall’incredulità. A lui piaceva sentire quelle tipologie di accadimenti perché non li aveva mai vissuti né visti. Il suo era un quartiere tranquillo. Possiamo dire che le storie che gli raccontavo erano un modo di compensare tutto quello che mi donava attraverso il suo sapere musicale.

Il giorno dopo la fatidica sera passata con Jenny, mi incontrai con Peppone a casa sua e gli raccontai tutto.

-Allora, com’era questa tipa?- mi chiese con fervore.

Dovetti rispondere a domande che non mi sarei mai aspettato mi facesse. Fin quando i quesiti erano culo, tette, odori, ma pure forma della ciucia c’eravamo. Successivamente, però, la curiosità di Peppone si spostò sul modello delle scarpe, tipo di mutanda, frasi da maiali eventuali, tutto.

Io ero felice di essere passato nella parte del mondo che aveva scopato e infatti mi accesi anche una sigaretta da uomo di esperienza.

Era stato come togliersi un peso da dosso anche se quando mi soffermavo a pensare a tutto quello che era successo sapevo che, in realtà, non era andato bene, non era andata come mi aspettavo che andasse. Mi saliva il sangue al cervello perché non ero sicuro nemmeno di averlo fatto e mi sembrava così assurdo. Come poteva essere successa una cosa del genere? Una cosa così desiderata si era trasformata in motivo di ansia. A me poi, proprio a me. Il punto era che non potevo dirlo a Peppone. Non avrebbe capito.

Jenny la sera prima si era messo a ridere quando avevo accennato l’accaduto quindi una reazione simile da parte di Peppone non l’avrei proprio sostenuta.

Oltre a questo si mise pure il fatto che Peppone ci voleva andare pure lui dalle dolci e accoglienti signore che avevo incontrato la sera prima. “Ci andiamo?” continuava a chiedermi e io gli rispondevo che sicuramente ci saremmo andati, lo avrei accontentato. Sedai le voglie di Peppone con la promessa che gli avrei presentato Jenny e con la sua auto saremmo ritornati al viale dell’Eden, poi lo invitai a parlare a bassa voce.

-Ascolta- gli dissi- quando montai in macchina, ieri sera, sul lato opposto della strada ho visto Chiara-

Peppone si mise le mani sulla bocca e sgranò ancora di più gli occhi, sembrava volesse fermare il vomito. Cominciammo a sghignazzare e uscirono fuori le teorie più disparate.

-E se fosse un poliziotto?- se ne uscì all’improvviso Peppone.

Un poliziotto. Cazzo un poliziotto non ci avevo proprio pensato. Mi vennero le ansie e non riuscii a non manifestarle a Peppone.

-Sento che sto in mezzo a un casino- dissi

-Ma che tipo di casino? Non è che stai andando in paranoia per nulla?-

Avevo paura, ma la mia agitazione non era infondata. Per nulla. Sarebbe potuto saltare fuori tutto e a casa mia sarebbe successo un macello. Già immaginavo gli infarti di mia madre e successivamente di mio padre.

Peppone non capiva. A parere suo era esagerato pensare a una reazione catastrofica da parte dei miei genitori alla notizia che il loro unico figlio andasse a puttane a quindici anni. Su questo ero d’accordo con lui, ma il punto non era un altro.

A Peppone non avevo detto che Jenny, la sera prima, mi aveva restituito i soldi che io avevo dato a quella prostituta.

“Per sdebitarmi del favore che mi hai fatto l’altra volta” mi disse. Avvenne sotto casa mia, mentre aprivo lo sportello della sua macchina. Era di quel favore che avevo timore. Era quella situazione che non doveva venire a galla. Tuttavia non potevo raccontare questa storia a Peppone. Per quanto fosse un mio amico non poteva saperlo. Per questo decisi di camuffare il mio stato d’animo “Hai ragione, forse mi sto preoccupando troppo” conclusi.

-Ora devo tornare a casa perché ho promesso a mio padre che gli avrei dato una mano a sistemare l’antenna sul terrazzo- dissi a Peppone e lo salutai.

Scesi le scale e giunsi al secondo piano, dove alloggiava Chiara. C’era una seria possibilità che avrei potuto incontrarla, magari nel momento in cui rientrava oppure, che ne so, proprio mentre usciva.

Mi soffermai sul pianerottolo e mi guardai un po’ attorno, fin quando non mi avrebbe visto nessuno potevo restare lì. I pensieri, però, correvano ancora velocissimi e mi impedivano di stare fermo. Uscii da quel palazzo e raggiunsi l’incrocio della strada sempre accompagnato da quello stato di agitazione. Mi girai e tra le poche persone che c’erano la vidi, era bellissima e mi guardava. Era Chiara.

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