Feci tutto con cura. Studiai attentamente i particolari come le distanze, i luoghi. Tutto minuziosamente preparato in anticipo anche perché all’epoca non potevo improvvisare al momento su internet. Non era il tempo degli smartphone. In Inghilterra intrapresi un piccolo giro scegliendo le tappe in base a qualsiasi tipo di legame che queste potessero avere con la musica rock. Era il primo viaggio all’estero che organizzavo da solo. Per me quel viaggio era un progetto più che una vacanza. In tutti i casi quello che mi è venuto in mente di quel giro è stata la città di Manchester.

Manchester. Sarebbe il caso di sedersi a un tavolo e mettersi davanti una bella pinta di birra ogni volta che solo si pronuncia questa parola: Manchester.

Non volevo far scendere la lacrima a tutti gli alcolizzati nostalgici, ma chiunque abbia passato almeno un paio di giorni da quelle parti sarà d’accordo con me che il legame tra la città e il nettare di luppolo è indiscutibile.

Burnage

Una bella mattina (si fa per dire vista la pioggia inglese) decisi di andare a Burnage, un quartiere che a partire dagli anni settanta, per un ventennio, è stato tutt’altro che raccomandabile. Non avevo deciso di farmi rapinare in Inghilterra, anche perché quando ci sono stato io Burnage era diventato un normale quartiere di periferia. Il reale motivo era lo scopo del mio viaggio, ossia visitare i luoghi rock, e Burnage è il quartiere dove sono nati gli Oasis.

Scesi dal bus e mi ritrovai nella periferia inglese con i palazzi marroni, i giardini verdi e il cielo grigio. Non so voi, ma io da ragazzino sognavo di vedere l’Inghilterra e quello che mi circondava in quel momento, nonostante fosse la periferia di una città del nord, mi scuoteva più di Londra.

La vera essenza english la percepivo molto di più in quel momento rispetto alla capitale. Ero entusiasta e notoriamente quando succede questo a me si apre anche lo stomaco. All’angolo di un incrocio vidi un fast food con una bella scritta: English breakfast every day. Sembrava mi dicesse “Vieni, vieni. Su, cosa aspetti?” e mentre questo succedeva, fu un attimo, che io già ero dentro pronto a ordinare.

Quando buttai giù l’ultimo boccone chiesi al ragazzo che mi aveva servito se sapesse indicarmi qualche posto da quelle parti che avesse a che fare con la musica di Manchester. La risposta fu pronta, mi indico un negozio di dischi che si trovava di fronte, bastava attraversare la strada. Mentre alzava l’indice, continuava a parlare. Io capivo una parola su tre. Ma che si trattasse di Sifter Records, il negozio di fronte, questo sì lo avevo capito eccome. “Lo conosci?” mi fa il ragazzo.

Lo conosco? Mi era passato davanti agli occhi solo un milione di volte durante l’adolescenza. Certo in televisione, ma questo era abbastanza per farlo diventare uno di quei “posti” che io cercavo durante quel viaggio. Il Sifter Records è citato nella canzone Shakermakers e compare anche nelle immagini del video.

Mi fiondai nel negozio, diretto, e una volta dentro feci la conoscenza di mr Sifter, un quasi vecchietto molto simpatico che mi raccontò un bel po’ di aneddoti sui fratelli Gallagher. Anche qui capii una parola su tre, ma andava bene così. Mi indicò la casa dove mamma Gallagher ancora abitava. Andai anche lì e incontrai anche lei. Poi mi diressi in altri posti che mi furono indicati, sempre da mr Sifter, che erano serviti come set di alcuni video a inizio carriera degli Oasis. Ero sulle giostre insomma.

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Ero talmente felice che si aprì di nuovo lo stomaco.

Nel frattempo da Burnage ero tornato al centro di Manchester.

Feci una cosa che di solito non faccio mai, ma proprio mai. Mi infilai in un ristorante e ordinai un piatto di pasta italiano.

A prendere l’ordinativo venne un cameriere molto magro, con i capelli ricci e gelatinati e la pelle lucida. Avrà avuto poco più di quarant’anni e la gentilezza non era assolutamente il suo piatto forte. Non era proprio burbero, a pensarci bene, sarei più preciso ad indicarlo come cupo.

Il cameriere in questione era italiano, mi confessò la provenienza dopo cinque o sei scambi in lingua inglese non proprio fluidi. Naturalmente per colpa mia. Parlare in italiano avrebbe velocizzato la pratica e il cameriere aveva l’aria di uno che andava proprio di fretta. Inizialmente non voleva svelarsi, è un’impressione tutta personale, ma sono sicuro che in tanti si sarebbero trovati d’accordo con me se fossero stati seduti a quel tavolo.

Tra una portata e l’altra cercai di chiedergli delle informazioni riguardo la sua scelta di andare a vivere in un altro paese. All’epoca ero molto curioso di capire le dinamiche che portavano le persone a spostarsi da casa. Tuttavia il mio era anche un tentativo di avere qualche dritta sulla città da parte di qualcuno che ci viveva. Il cameriere, però, rispondeva velocemente, sempre con quel suo modo cupo, appunto. Mi disse che era in Inghilterra da una decina di anni e mi indirizzo verso un paio di locali per la sera. Basta.

Il suo stato d’animo, più delle sue parole, veniva descritto meglio dal suo atteggiamento assieme all’ aspetto in generale: di fretta e con una patina di sudore sulla fronte.

Ogni tanto lo osservavo mentre, da un tavolo all’altro, si muoveva a volte sbuffando altre tirando le pupille in su. “Santo cielo” si poteva leggere su quella faccia stremata.

In ogni caso l’efficienza del suo lavoro era percepibile. Le richieste dei tavoli a lui assegnati erano sempre soddisfatte velocemente.

Quando finii di mangiare uscii fuori e accesi una sigaretta. Pensai che quello che avevo mangiato non faceva così schifo; pensai anche che se mi avessero chiesto di scommettere ed indicare il livello della qualità di vita di quel cameriere io avrei risposto basso.

Ripensando a Manchester, ai giorni che ho passato lì, mi è venuta la curiosità di andare a vedere se Sifter Records fosse ancora aperto.

Be’ con molto piacere ho potuto appurare non solo che il negozio è vivo e vegeto, nonostante la rivoluzione del mercato discografico degli ultimi anni, ma è diventato anche una tappa prevista da un tour organizzato per i turisti fanatici della musica.

Manchester ha dato i natali a diversi artisti e di luoghi culto della musica ce ne sono. Bravi sono stati coloro i quali hanno pensato di celebrare questi luoghi facendo nascere quello che sembra essere il tour della musica di Manchester.

Tra gli artisti di Manchester più celebri oltre gli Oasis: The Smiths, Simply Red, Stone Roses, The Chemical Brothers.

Dove andare a Manchester sui passi degli Smiths

Nei ricordi di quei giorni ho associato Manchester ai progetti delle persone.

Progetti avverati, progetti in corso oppure progetti che non sanno dove andare. Chissà a quale di questo tipo di progetti appartiene o apparteneva quello personale di un vecchio proprietario di dischi reso celebre per caso o di un emigrato italiano che aveva fatto tanti sacrifici (probabile) e chissà se aveva trovato quello che cercava. Non lo saprò mai, ma conta a poco. A Manchester ci ritornerei, questo lo posso dire. Mi fermerei in uno di quei pub dove si beve sul serio, uno di quelli che mi indicò il cameriere italiano; lì dentro, al banco, si avvicinò un inglese ubriaco che voleva parlare.

Anche in quel caso capii una parola su tre. L’inglese ubriaco, invece, nell’intento di socializzare, mi sputava in faccia una parola su tre.

Probabilmente tutto questo avveniva per la legge della compensazione, ma anche questo conta a poco. Ciò di cui sono sicuro è che se mi trovassi in quei pub brinderei.

“Cheers, ai progetti!” direi, come si usa fare da quelle parti.

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