Avete mai provato a scrivere una lettera indirizzata a voi stessi nel passato? Così, cominciando a scrivere e senza sapere bene dove andare a parare?

Be’ io sì e ho fatto in modo che l’indirizzo temporale non andasse troppo in là, non volevo mandare messaggi a me di dieci o quindici anni fa. Mi bastava avere un me più giovane di qualche mese, il tempo necessario per afferrare qualcuno prima di questa pandemia e raccontargli cosa si prova vivendo una situazione simile. Ne è uscita fuori una lettera che parla di abitudine.

Quanto segue è quello che ne è uscito fuori.

Hey Raf, sono io, cioè tu. Ascolta non so bene come dirti questa cosa, anzi a dire il vero non ho deciso ancora se te la voglio dire. Lo deciderò strada facendo. Voglio rassicurarti sul fatto, e lo faccio perché a te subito salgono le ansie su queste cose, che non è morto nessuno. Per lo meno nessuno che conosci.

Io sono più vecchio di te di qualche mese, so quello che ti accadrà prossimamente ed è per questo che andando avanti nella scrittura ho come l’impressione di essere disonesto. Raccontare il futuro a una persona significa privargli uno sfizio. Qualcuno direbbe spoiler.

Allo stesso tempo però ho dentro una voglia strana di scrivere, di parlarti, di consigliarti. Non ho capito bene ancora di che natura è questa esigenza.

Come vedi ho scritto quattro righe e già è nato un conflitto tra la voglia di raccontare e l’intenzione di lasciare intatto il mistero sul tuo prossimo futuro.

Lo so che mi stai odiando adesso, non si fa come ho fatto io. Dalle nostre parti si usa dire “Vutta ‘a pretella e annasconne a manella” e io così sto facendo. Ora ti ho messo una curiosità addosso. Lo so. Certamente che lo so, se non lo so io.

Facciamo così, ho trovato un compromesso. Proverò a descriverti quello che vedo in giro, le persone, le parole che sento. Farò delle piccole descrizioni senza raccontarti tutto e magari alla fine riuscirò a capire un pochino meglio pure come sto io.

Ti dico subito che a scuola non si va più. Ti ricordi di quando al primo anno di superiori occupasti la scuola? Che al posto delle lezioni si facevano i festini? Niente di tutto questo. I ragazzi stanno a casa e seguono le lezioni attraverso le videoconferenze. No, non hanno fatto uno sterminio di professori, ma posso assicurarti che oggi va così.

Ah, poi le persone ti parlano continuamente di quello che hanno mangiato, di quello che hanno imparato a cucinare, di come hanno spostato i mobili in casa e di come, poi, li hanno riposizionati nella posizione originaria.

Facebook, vogliamo parlare di Facebook? Allora le persone che realmente sanno fare qualcosa hanno un po’ di tempo e lo fanno vedere a tutti. Ci sono video di persone che sanno cantare, suonare e sono bravi sul serio tanto che a te viene da dire “Ma che cazzo, io non so fare niente?”

Le persone continuano a vedersi, ma attraverso i video.

Lo so, ascoltando queste cose, ti viene in mente una puntata di Black Mirror.

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A proposito di serie e anche di film, tutti hanno più tempo per vederne.

Io ad esempio ho visto per la prima volta Cast Away, quello in cui Tom Hanks interpreta quel personaggio che sopravvive miracolosamente a un incidente aereo e si trova naufrago per quattro anni su un’isola deserta.

Mi sono addormentato e non ho visto il finale, ho perso gli ultimi tre o cinque minuti. Credo che in questo caso si dovrebbe chiamare finalissimo. Comunque il punto non è questo, quindi continuerò con le impressioni che ho avuto sul film. Il naufragio sull’isola, l’immobilità di fronte al tempo che passa, sembravano la metafora della vita che sfugge e delle cose che si possono perdere se si resta immobili. Infatti la compagna del naufrago, credendolo morto, si sposa con un’altra persona.

Tom il naufrago è immobile sull’isola, certo, ma non per suo volere. Tuttavia sembra abituarsi a quello status, complice l’istinto di sopravvivenza. I momenti in cui appare decisamente disperato, in cui urla e sbraita, sono quelli in cui sta per perdere il suo unico amico che si trova sull’isola, rappresentato da una palla di cuoio sulla quale lo stesso naufrago aveva disegnato un volto.

Perdere una palla non è nulla rispetto alla prospettiva di perdere tutto, ma quella palla rappresenta tutto nel piccolo mondo del naufrago.

Alla fine l’uomo riesce a trovare la via d’uscita sfruttando l’unica occasione che la sorte gli riserva, ossia un pezzo di lamiera dal quale nascerà l’idea per costruire una zattera che gli farà lasciare l’isola.

Per quale motivo ti stavo raccontando di questo film? Be’, credo che molto probabilmente abbia un pochino a che fare con quello che stiamo vivendo noi e che, quindi, vivrai anche tu tra qualche mese.

Avrai capito senz’altro che le persone hanno molto tempo per stare da sole ultimamente (nei limiti credo che faccia bene) e allo stesso tempo avrai capito che non si può uscire di casa così come si fa nella normalità.

Siamo tutti costretti a rimanere immobili in un certo senso e lo so che stai pensando che è una cosa orribile. Lascia che te lo dica, lo è. Quello che non mi aspettavo di vedere è il cambio di atteggiamento rispetto a tutto questo. Magari mi sbaglio, ma ho come l’impressione che le persone si stiano abituando a questa immobilità semplicemente perché l’abitudine ci sta mettendo il suo zampino.

Noi, così come il naufrago di Cast Away, siamo costretti all’immobilità e a questa sembra che ci stiamo abituando per necessità. Quello che mi chiedo è quante volte nella vita di tutti i giorni, intendo i giorni normali, succede il contrario, ossia che per via di certe abitudini ci rendiamo immobili. E per immobili non intendo il solo spostamento fisico.

Sai, ho come l’impressione che la mente umana quando si abitua ad essere immobile rimpicciolisca il mondo interiore, rendendolo piccolo, così come era piccola l’isola sperduta di Cast Away. Allo stesso tempo, quando questo accade, tendiamo a disperarci di fronte ad eventi di poco conto, così come si dispera il naufrago per la perdita di una palla.

Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.

L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.

Oriana Fallaci

In tutti i casi anche io sono rimasto vittima dell’abitudine, nello specifico quella di non tagliarmi la barba. Trovando, ancora una volta, un’analogia con Cast Away si potrebbe dire che la mia barba stava prendendo le sembianze di quella del naufrago, fino a qualche giorno fa.

Aspetto che tutto finisca comunque e nel frattempo cerco di tenere a mente il gioco così che mi possa servire per i giorni di libertà, anche se pensando alla mia barba, in definitiva, non so se sia peggio farsi coccolare o tenerla a distanza questa abitudine.

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