Il lavoro che vorrei è la domanda che, di tanto in tanto, mi faccio. Ognuno ne ha una, no? Be’ questa è la mia.

L’altro giorno, ad esempio, mi sono svegliato e ho trovato ad attendermi fuori un bel cielo cupo, una tonalità di grigio veramente niente male.

Mentre mi mettevo in macchina, ho alzato la testa e mi è finita una goccia nel bel mezzo dell’occhio destro. Mi sono detto che non era il caso di innervosirmi per un po’ di acqua. No. Anzi, dal momento che stavo andando a lavoro, sarebbe stato più intelligente impiegare quel tempo a immaginare qualcosa di bello e positivo al posto di mettermi di traverso alla giornata.

Immagini

Così ho immaginato di essere il proprietario di un posto, diciamo una specie di bar, ma non quelli dove la gente entra per fare colazione velocemente.

Pensavo a un posto dove le persone arrivano e fanno le cose con calma, tanto che c’è pure qualcuno che prende la english breakfast. Dal momento che il cielo era così grigio perché non immaginare questo posto in montagna, con la neve, così visto che fa così freddo, fuori, ci si sofferma un po’ di più nel bar nonostante la colazione sia finita.

Magari questo posto immaginario, se proprio non si trova in montagna, potrebbe accogliere le persone della città nel primo pomeriggio per un tè o un caffè. Nella mia testa, questo posto, funziona bene pure di sera con la musica jazz, ma senza fare troppo tardi. Mi piacerebbe che ci fossero persone conosciute e sconosciute ad alternarsi in questo posto, l’importante, però, che non diventi mai affollato.

Non vorrei essere tutti i giorni sovraccaricato di lavoro. Non immagino un posto “strafigo” con gli incassi super. Vorrei, più che altro, avere del tempo per scrivere; fosse vero, questo blog diventerebbe il raccoglitore delle storie di tutte le persone che vengono in quel posto. Chi vuol mantenere inviolata la sua privacy è avvisato.

Pensieri

Poi, mentre pensavo a queste cose (ci ho messo pochi minuti per farlo) sono tornato alla realtà con il traffico, gli ombrelli, insomma la vita di tutti i giorni e ci sono rimasto male. Si dice che quando si esce da un sogno o, se preferite, quando si vola alti con la fantasia più si va su e più ci si fa male cadendo.

Eppure, analizzandolo bene nei giorni successivi, il mio posto immaginario non era così impossibile, nel senso io non ho desiderato panfili, ville, soldi. Mi ero ferito lievemente con quel pensiero, ma poi ho cominciato a farmi del male sul serio pensando a tutte le cose che avrei potuto fare nella vita. Avevo una voglia matta di guardarmi allo specchio e dire “Hey amico, hai raggiunto un gran bel traguardo”. Ho cominciato a desiderare quella sensazione di appagamento, desideravo un risultato tangibile come la possibilità di un guadagno maggiore. Architettavo delle strategie per arrotondare lo stipendio, ad esempio, ma poi le lasciavo dissolvere nei pensieri.

Scoprire il nervo

Facendo questo, però, ho scoperto il nervo ed è uscito fuori un mio vecchio difetto che è quello di accorciare le strade, di trovare le scorciatoie. Il mio problema più grande non era tanto chi fossi, ma a che punto ero nella mia vita. Se mi stavo ponendo questa domanda e la sentivo così ingombrante era per il fatto che dentro di me, magari in un angolo nascosto, avevo riposto delle speranze per i miei progetti che erano state disattese. Stavo vivendo un auto ridimensionamento, una cosa brutta tipo l’autogol al ’92. L’unica cosa che mi dava tregua da quella sensazione di frustrazione era il ricordo di un’intervista a Tony Bennet in cui parlava dei continui errori commessi da Amy Winehouse durante le prime fasi di una registrazione. Amy era in tensione, nonostante fosse già una cantante affermata, perché stava per duettare con Bennet, da sempre considerato un suo mito. No, per chi lo stesse pensando, non mi sentivo una cantante del soul, ma il ricordo di quell’intervista mi ha aiutato a sentirmi meglio perché ho percepito le mie insicurezze come comuni a tutti, anche ai più grandi.

Mi è venuto in mente di nuovo quel posto immaginario e ho pensato che così come me lo ero figurato, senza capo né coda, nella realtà sarebbe stato commercialmente fallimentare. Avrei dovuto fare delle scelte per fare entrare più soldi, in quel posto immaginario, e facendolo avrei creato un’attività diversa dalla mia idea iniziale. Sarei rimasto infelice perché proprietario di un posto che non volevo. Quel mio piccolo sogno, in realtà, mi stava dicendo che i miei desideri erano qualcosa che ho già o, quantomeno, cerco in continuazione ossia scrivere e ricercare scambi sinceri con le persone.

Tutti i contorni all’immagine appena descritta per quanto belli erano superflui.

Se, ipoteticamente, avessi deciso di far diventare quel sogno realtà sarei dovuto scendere a dei compromessi con la vita vera.

A quanti capita di prendere delle decisioni e poi sentirsi vittime dei compromessi? Il coraggio di cambiare è una cosa bellissima, ma forse abbiamo il dovere verso noi stessi di codificare i messaggi che arrivano dalla nostra voglia di cambiare rotta e rimandarli a un momento sereno e non in uno pieno di sbandamenti che capitano in un giorno come quello di cui vi ho raccontato, che altro altro non è che un giorno che non va.

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