Introduzione

Quando avevo pressoché dieci anni mi capitava di rimanere spesso incantato, un po’ come accade a tutti davanti al fuoco del camino o di un falò.

Precisazione: chi mi incrociava all’epoca non esclamava “Oh, guarda quel povero bambino che guarda nel vuoto”, no!

La mia contemplazione si consumava davanti ad altre cose, tipo le scritte sui muri. I ragazzi più grandi di me erano soliti scrivere i nomi dei grandi gruppi rock, ad esempio.

A casa avevamo un divano, cioè due, ma quello di cui vi voglio parlare era posizionato vicino a una parete sulla quale c’era fissata una mensola che reggeva una trentina di musicassette. Erano di mio fratello ed erano tutte musicassette pirata, ce ne fosse stata una originale. I titoli erano scritti a penna e alcuni nomi dei gruppi che vedevo sui muri erano presenti pure in mezzo a quelle pile di musica. Anche lì rimanevo incantato Vasco Rossi, Dire Straits, Litfiba… posso dire che molti gruppi li ho conosciuti prima di ascoltarli.

Non a caso scrivo ora di questi ricordi, in questo novembre del 2019, perché in mezzo a quei capolavori musicali ce n’era uno che in questo mese compie quarant’anni: The Wall dei Pink Floyd.

Da bambino

Io stavo sdraiato su quel divano, e non so quante volte ho riletto il titolo di quel disco, lo ripetevo a voce bassa come quando si pronuncia qualcosa di epico, ma solo con il tempo, ascoltandolo, ho capito che si trattava veramente di qualcosa di epico.

La storia di quell’album non può che partire da lui, Roger Waters bassista della band, il papà, colui che ha dapprima accarezzato e poi sviluppato il progetto The Wall.

Tutto cominciò durante un concerto dei Pink Floyd nel tour del 1977; il vecchio Roger sputò addosso a un suo fan perché infastidito dalle continue urla.

Il bassista non capì bene le ragioni di quel gesto istintivo. Sembra che le sensazioni predominanti erano quelle di un’immagine, più precisamente un muro che divideva il pubblico dal resto del gruppo. Waters sentì di dover indagare su quelle sensazioni di distacco ed entrò in un percorso di analisi che lo condusse a concepire l’album.

The Wall è un concept album, questo significa che tutto il disco è improntato su un tema principale.

Tutto gira attorno alla storia di Pink, un personaggio fittizio, una rockstar che in quanto a casini, nella vita, stava messa proprio bene.

Pink è orfano di un padre morto durante la seconda guerra mondiale, plasmato da una madre iperprotettiva, vittima prima di un insegnante severo e poi di produttori musicali arrivisti e infine marito di una moglie che lo tradisce.

Il personaggio di Pink è un mix tra lo stesso Roger Waters (anche lui orfano di un caduto in guerra) e Sid Barret, ex membro e fondatore della band, illuminato da un’aura artistica come pochi, ma allontanato successivamente dal gruppo per il suo squilibrio mentale dovuto, molto probabilmente, anche dall’uso di stupefacenti.

Le tracce dell’album raccontano il percorso di Pink rispettando la cronologia degli eventi. Il disco si apre con le prime canzoni che raccontano l’infanzia del personaggio e prosegue con le successive che mostrano il resto della sua storia.

Another brick in the wall la traccia più famosa del disco rappresenta, nel solo titolo, tutta l’essenza del progetto; infatti, a questo punto dell’album, Pink comincia a chiudersi in sé stesso poggiando, seppur metaforicamente, “un altro mattone su quel muro” che lo isolerà dal resto del mondo.

Distacco

Il distacco è rappresentato anche dalla scenografia dei concerti: durante gli show viene posto, per ogni canzone, un mattone tra la band e il pubblico che crollerà solo alla fine.

L’isolamento mentale è sicuramente il tema centrale, ma lo sviluppo dell’album mette in luce anche l’aspetto della massificazione secondo il punto di vista di Waters, predominante, allo stesso modo, sia nelle masse giovanili che seguivano le rock band di allora sia nelle folle che incitavano al nazismo nei tempi passati.

La massificazione vista in tal senso è talmente disprezzata da Roger Waters da portarlo a un gesto estremo, come sputare, contro ciò che la rappresenta, ossia un gruppo di fan.

L’album finisce con un muro che cade, quello che si era creato attorno a Pink e che lo aveva isolato dal mondo; è lo stesso protagonista ad abbatterlo.

Come abbia fatto Pink ad abbattere quel muro non viene esplicitato.

Il messaggio finale è una metafora, quella dell’equilibrio che si deve mantenere su quel muro che divide il mondo dall’interiorità di ognuno.

Era il 1979, all’epoca Margaret Thatcher fu la prima donna ad essere eletta come Primo ministro del Regno Unito e l’Italia era nel bel mezzo degli anni di piombo. Quarant’anni fa.

C’erano molti negozi di dischi allora. Quello sul corso principale della mia città allestì la vetrina con un muro di lp tutti uguali, si trattava di The Wall dei Pink Floyd, ad oggi, uno degli album più venduti in assoluto.

Esattamente dieci anni dopo l’uscita di The Wall, sempre a novembre, ci fu la caduta del Muro di Berlino. Waters fu chiamato a tenere un concerto per riproporre le tracce dell’intero album.

The Wall aveva assunto una forza incredibile nel tempo, veniva ormai riconosciuta come un’opera in grado di abbracciare più significati.

Ecco, a pensarci bene, la forza più grande di questo disco è proprio questa, avere più chiavi di lettura. Non dicendo chiaramente come Pink abbia fatto ad uscire da quel muro, Roger Waters consegna il finale in mano all’ascoltatore.

Buon compleanno The Wall, sono passati quarant’anni, la gente non scrive più il tuo nome sui muri e io non ascolto più musica dalle cassette, ma tu continui ad essere sempre il solito cazzuto di album.

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