Ad Aversa c’è un parco, l’ex Campo Profughi. Da bambino ci andavo per giocare a calcio e poi, crescendo, a fumare le prime sigarette. Ci sarò passato migliaia di volte lungo i muri che lo delimitano, ma solo una decina di giorni fa mi sono chiesto chi fossero veramente i profughi. Ho cercato la risposta nelle testimonianze delle persone e tra i documenti sul web, è stato un viaggio bellissimo. Se potesse quel campo potrebbe raccontare la testimonianza di centinaia di persone che hanno vissuto direttamente eventi importanti che fanno parte della storia d’Italia. La nostra storia. Mi è venuta voglia di raccontare il tutto, ma non avevo voglia di fare un’accozzaglia di notizie. Così ho deciso di scrivere un racconto breve e caratterizzarlo con sfumature e richiami di vita reale. Raffaele D’Ambrosio

che poi certe storie ti vengono in mente, tu cominci a raccontarle e non sempre sai dove vai a finire. Ascoltate questa ad esempio.

Una mattina di qualche estate fa fui interrotto nel bel mezzo del mio dolce far niente. Un tizio pensò bene di bussare al citofono di casa costringendomi a staccare la schiena dal divano e ad affacciarmi dalla finestra.

-Buongiorno signore- mi disse

–No guardi non mi serve nulla, veramente- risposi mentre pensavo che, a diciotto anni, mi ero beccato il primo “signore” della vita.

Avevo tagliato corto perché qualcosa mi diceva che il tizio voleva vendermi qualcosa. All’epoca c’erano tanti venditori porta a porta tanto che li riconoscevi dalla faccia. In più dovevo uscire prima che il sole si infuocasse (in quel periodo praticavo un po’ di corsa) e soprattutto prima di essere attratto di nuovo da quel divano malefico che non mi faceva combinare mai nulla di buono.

In men che non si dica mi infilai le scarpe sportive e quel poco che serviva per affrontare una corsa di cinquanta minuti. Ci misi poco pure a scendere le scale.

Quando chiusi il cancello il tizio era ancora lì.

Avrà avuto una sessantina d’anni, molto magro e un cespuglio di peli che gli uscivano dalla camicia. In mano aveva una grossa borsa. Pensai che probabilmente mi ero sbagliato e che forse davanti a me c’era un Testimone di Geova, ma mi ricredetti subito per via della sua mise, troppo casual.

Mi sorrise, il tizio, e mi disse di nuovo buongiorno.

-Buongiorno- risposi io e poi –Senta, prima, quando mi sono affacciato dalla finestra, sono stato così furtivo solamente perché vado di fretta. Pratico un po’ di corsa la mattina e non vorrei farlo sotto il sole cocente-

-Ma no, figurati ragazzo. Non ti devi spiegare. Fai benissimo a tenerti in forma. Lo conosci questo autore giapponese? Si chiama Murakami. Be’ questo signore ha fatto della corsa una filosofia di vita-

Il tizio aveva tirato fuori un catalogo dove c’erano elencati una serie di libri a me sconosciuti e aveva appoggiato l’indice sul nome e la foto di questo Murakami.

A proposito, hai mai letto Martin eden di Jack London?

-Senta signore, guardi io non vorrei farle perdere tempo. Quindi glielo dico subito, io non voglio acquistare niente-

Il tizio mi fece un segno con la mano, come a dire di non preoccuparmi e mi sorrise di nuovo. Poi chiuse il catalogo e lo tenne in mano. Restammo lì un paio di secondi senza dir niente, io dovevo dire qualcosa per divincolarmi da quella situazione, ma non lo feci o, quanto meno, fui battuto sul tempo dal tizio che incalzò di nuovo.

-Vai a correre al campo profughi? – mi disse e io –Esatto, là non ci sono macchine che passano-

Pensai che in quel parco ci andavo pure per le ragazze che si incontravano, ma non glielo dissi.

-Ci vai pure per le ragazze, vero? Fai bene, sei giovane, goditi la vita – disse lui. Nemmeno mi avesse letto nel pensiero.

Io non sapevo esattamente cosa dire, anche perché non ero abituato a parlare di ragazze con le persone molto più grandi di me. Decisi che una mezza risata poteva andare bene come risposta. Così feci.

Lui cominciò a parlarmi di un certo Ian Fleming, che avrei potuto leggere i suoi libri e imparare a conquistare le donne come faceva il suo alter ego, James Bond. Aprì di nuovo il catalogo e puntò l’indice su Ian Fleming questa volta.

-Senta signore, io gliel’ho detto, non voglio acquistare nulla e poi devo andare al parco o come dice lei al campo profughi-

-Il campo profughi…dimmi un po’- disse lui – Tu sai chi erano profughi?

-I profughi? – risposi – be’ i profughi erano persone senza casa tipo i terremotati dell’80, oppure gli extracomunitari, gli zingari?-

-Io ero un profugo- disse lui

Rimasi un pochino imbambolato perché non ricordavo bene cosa avessi risposto alla sua domanda, avevo paura che la mia superficialità nel rispondere lo avesse potuto offendere in qualche modo, così dissi la prima cosa che mi venne in mente per non rimanere in silenzio.

-Sa, lei parla molto bene l’italiano, non si direbbe proprio di lei che è uno straniero –

Il tizio mi scrutò con un sorriso e proprio nel momento in cui mi aspettavo un ringraziamento per il mio complimento lui mi spiegò che parlava molto bene l’italiano perché era, per l’appunto, italiano. Io andai un pochino in confusione perché con un profugo non ci avevo mai parlato. Mi aspettavo una persona che parlasse come gli extracomunitari al semaforo. A dire il vero, come parlasse un profugo non era mai rientrato tra i miei primi pensieri, anzi non ci avevo proprio mai pensato. La figura del profugo si era disegnata nella mia testa così, senza pensarci troppo.

-Lei è un terremotato quindi? –

-No, non sono un terremotato, ma ti posso assicurare che la casa dove abitavo mi è stata sottratta con la stessa ferocia di un terremoto –

Il tizio non assunse un’espressione da cane bastonato. Non avrei saputo che dire in tal caso. Ne fui sollevato tanto che quando, sempre il tizio, tirò fuori un piccolo atlante geografico non mi sentii di ricordargli che non volevo comprare nulla. Mi ritrovai ad ascoltare cose che avevo ascoltato a scuola durante l’ora di storia, solo che il tizio le raccontava in maniera più divertente.

Cominciò a parlarmi del colonialismo puntando l’indice sulla mappa per indicarmi dove si svolgevano i fatti.

-L’Italia- mi disse –L’Italia andò a conquistare alcuni paesi dell’Africa orientale, pensa che in Somalia si parlava in Italiano. Fece la stessa cosa anche in Libia e successivamente allargò i suoi confini lungo la costa dell’ex Jugoslavia

Il fascismo attuò un processo di italianizzazione nelle proprie colonie, mi spiegò il tizio. Ad esempio imponevano alle popolazioni dei paesi conquistati di parlare solamente l’italiano. Nella parte della Jugoslavia conquistata le lingue slave furono bandite. Molti italiani furono incitati a partire per questi paesi perché fu fatta la promessa di terre e case tutte per loro. E in effetti così fu. L’obiettivo era quello di portare in quelle terre la cultura italiana attraverso gli italiani stessi.

Poi le cose cambiarono. Il fascismo cominciò a perdere colpi e l’Italia prese mazzate su tutti i fronti. Tutti furono costretti a partire, anzi a scappare. Gli slavi avevano una gran voglia di vendicarsi per le angherie subite e quindi cominciarono un processo di pulizia etnica conosciuto come il massacro delle foibe. Se la presero con tutti gli italiani presenti sul loro territorio, anche i non fascisti. L’obiettivo era quello di eliminarli tutti in modo tale da non far nascere, in futuro, qualche senso di rivalsa.

Io vivevo a Pola, nell’attuale Croazia, mio padre e mio fratello furono uccisi- disse il tizio – Concedettero alla mia famiglia, di andare via a patto di lasciare lì tutto. Terra, casa e averi-

Tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni ‘50 migliaia di italiani furono rimpatriati e smistati in 120 campi di accoglienza, tra questi c’era il campo profughi di Aversa.

-Lei quando è arrivato? – chiesi io, un po’ incuriosito da quel racconto.

-Sono arrivato nel ‘47, sul treno della vergogna, un convoglio che trasportava gli esuli dalla Jugoslavia verso l’Italia –

Il treno della vergogna

-Che significa “treno delle vergogna”? – chiesi io

-È l’espressione che si usa per indicare un evento accaduto a Bologna. Quando arrivammo alla stazione il treno fu preso di mira da molte persone. Ci lanciarono addosso pomodori, sassi, ma sopratutto insulti , “Andate via fascisti” urlavano. Fascisti. Io non sapevo nemmeno cosa significasse la parola “fascista”-

-Ma… perché?-

-Perché c’era ignoranza rispetto ai fatti. Quelle persone ci attaccarono perché ci vedevano come fascisti, non sapevano chi eravamo veramente. Avevano una conoscenza parziale rispetto a quello che era successo. Il popolo italiano era un paese ferito e povero alla fine della guerra, ma sopratutto carico di frustrazione e ignoranza; queste due parole, quasi sempre, sono genitrici di violenza-

Il tizio rimase per qualche secondo a guardare nel vuoto e io capii che quello era il momento di divincolarmi.

-Be’- dissi io -Credo sia arrivato il momento di andare-

-Vai ragazzo, vai. Anzi ti chiedo scusa per averti trattenuto fino ad ora-

-Si figuri – dissi io e andai via, di corsa.

Quando arrivai al campo profughi, grondavo di sudore.

Attorno a me le solite scene: alberi e cespugli, anziani che giocavano a bocce, culi di ragazze e decine di persone che, come me, correvano lungo i sentieri del parco. Era strano, ma le parole del tizio mi giravano ancora nella testa. Chissà se ero stato sgarbato nei sui confronti. Avrei potuto comprare un libro, oppure avrei potuto stare lì ad ascoltare un altro po’ della sua storia. Forse mi stava raccontando la sua storia per vendermi un libro?

La vicenda del tizio stette a gironzolarmi nella testa per un po’ tanto che nei giorni successivi cominciai a chiedere a parecchi anziani informazioni inerenti al campo profughi. Scoprii che durante la guerra ci costruirono un ospedale militare e fu anche un campo di prigionia; durante e dopo il periodo della permanenza dei profughi ci fu costruita una scuola e che alla visita del Papa, nel ‘90, tutte le ex case dei profughi già erano state abbattute. Chiedevo ed ero curioso di una storia che fino al momento in cui avevo incontrato il tizio mi era sconosciuta.

Una sera andai al teatro Cimarosa e, alzando gli occhi, mi accorsi di una frase che mai avevo letto fino a quel momento: Fugge la vita vivente resta nell’arte.

Non so bene come spiegarlo ma mi sentii trafitto da quelle parole scritte, fu come un’esplosione. Mi venne in mente di nuovo la storia del tizio e pensai che se mi era rimasta in testa, se quel racconto non mi aveva abbandonato era probabilmente perché mi apparteneva. Quella raccontata dal tizio era un pezzo della storia d’Italia che aveva trovato sfogo anche nella mia città, in quel campo profughi, ed era rimasta viva attraverso l’arte del racconto di quell’uomo. Nei giorni successivi lo cercai tra le strade, volevo ringraziarlo e dirgli che tutto quello che aveva subito, la sua storia mi avevano toccato. Non lo trovai e mai più l’ho visto. Non lo so, forse a qualcuno sembrerà strano, ma a distanza di tempo, ricordando quel tizio, ho avuto come l’impressione che all’epoca avesse bisogno di tramandare quella storia. La sua storia.

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