C’era una volta una terra che non c’è. Ecco, probabilmente la storia dei Curdi potrebbe cominciare così se, ipoteticamente, fosse raccontata come una favola. C’era una volta una terra che non c’è, ma è sempre stata sognata, sempre inseguita, sempre difesa. Ma cosa significa esattamente tutto questo?

La faccenda ha fatto diventare la barba bianca a qualche generazione e, a quanto sembra, ha interessato un po’ di territori sparsi tra Iraq, Iran, Siria e Turchia. Una premessa niente male per gli amanti dell’azione. Da quelle parti, da una quarantina di anni, per risolvere le questioni hanno preferito sempre qualche colpo di mitra, bombe quanto basta, coltelli all’occorrenza, insomma hanno fatto secondo usi e costumi locali. Ah quelle belle scazzottate.

Questa non è l’unica storia che si potrebbe raccontare tra quelle che si sono avvicendate in quell’angolo di mondo, lo so. Anzi, vedendole da lontano, sembra pure che si assomiglino, ma la storia dei Curdi ha qualcosa di diverso. È diversa dalle sue storie sorelle. Non è un caso che diversi occidentali, hanno sentito “il richiamo della foresta” e se ne siano andati a combattere, per difendere quella terra che non c’è.

I Curdi hanno una tradizione lunghissima, già definita durante l’impero Ottomano. E poi niente, succede che scoppia la prima guerra mondiale, bombe, morti, gente che urla e tutto quello che scaturisce una guerra come si deve. Poi succede che i vincitori decidono di dare una terra ai Curdi, per far germogliare uno stato salvo poi, ancora, rimangiarsi tutto tre anni dopo. Il Kurdistan all’inizio del secolo scorso è stata una promessa rotta in men che non si dica. Quello stato non doveva esistere. Il primo problema, però, era che i Curdi esistevano già, respiravano, bevevano e scopavano come tutti gli altri di questo mondo. Il secondo problema era che i Curdi avevano una storia alle spalle, un’entità, e con il cazzo che quell’entità la cancellavi.

La propria storia, i Curdi, la conoscevano e la conoscono ancora bene. Hanno una loro lingua e sono, per numero, la quarta popolazione senza stato. Fu così che cominciò un giochino che voleva vedere il popolo curdo in ginocchio, ridotto a una semplice minoranza. Hanno cominciato in Iraq e poi in Iran a tirare legnate ai curdi (ecco chiamiamo legnate gli attacchi chimici), poi hanno detto “Andate a fare in culo nel nord della Siria”sempre ai curdi “Hey voi curdi della Turchia, uscite fuori da questo paese e vedete di non rompere troppo il cazzo”. Bambinate, questioni tra ragazzi, le solite vicende in cui perdono la vita qualche migliaia di persone, cose normali.

E poi? Niente, è successo che i curdi turchi si sono detti “Ragazzi qui tocca organizzarci un pochino”, a dirlo fu un certo Öcalan, sembra. Quindi mettono su questa organizzazione, tirarono a sorte su vari nomi e alla fine scelsero PKK. Allora il PKK si è, senza dubbio, fatto sentire. Qualche attentato ci è scappato e da allora il governo turco assieme a qualche occidentale hanno provato in tutti i modi a farla passare come “organizzazione terroristica” davanti agli occhi del mondo, già.

I Curdi al confine tra la Siria e la Turchia, si sono alzati le maniche, pure loro. È una caratteristica di questo popolo a quanto sembra. Si sono detti “Qui se arriva qualcuno è meglio che ci facciamo trovare pronti” hanno messo da parte le fionde, pensando che qualche fucile sarebbe stato più utile, e niente, hanno semplicemente difeso il territorio nel quale vivevano da cinquecento anni.

Sono visti dagli stati vicini come, diciamo, stravaganti per il fatto che tra i curdi le donne sono considerate al pari dell’uomo, ma non per questo si offendono, i Curdi.

Puoi chiamarli democratici, basta che non gli tocchi la terra. No, perché se succede questo si incazzano, pure le donne, e non conviene far incazzare una donna curda. Chiedete a quelli dell’Isis.

Durante la guerra siriana le guerrigliere dell’YPJ non solo sparavano, ma urlavano. Sì, urlavano. Facevano sentire ai guerriglieri dell’Isis che stavano per morire per mano di una donna, così potevano andare all’inferno. Perché, per quelli dell’Isis, è all’inferno che vai se muori per mano di una donna o, per lo meno, sicuro non da dio.

Durante gli ultimi dieci anni, mentre noi occidentali ci facevamo la cacca addosso per paura che qualcuno ci facesse un attentato, i curdi a questo “qualcuno” lo prendevano di faccia, proprio là nel nord della Siria. L’esercito americano si è appoggiato a loro, all’YPG e YPJ (milizie curde di uomini e donne), per combattere i terroristi. E ora? Ora che quelle terre sono state difese portando avanti battaglie valorose come quelle di Che Guevara e romantiche come quelle di Panagulis. Ora che che su quel territorio, nel nord della Siria, i curdi hanno proclamato la Federazione Democratica del Rojava che succede? Succede che la Turchia di Erdogan pensa bene di bombardare tutto, farci una striscia di terra larga trenta chilometri e controllarla direttamente per paura che da lì possano passarci i terroristi. Allora non so voi, ma a parere mio la Turchia se proprio teme tutto questo può tranquillamente attuare tutte le misure di sicurezza, ma nei confini del suo territorio là dove, a quanto sembra e tra l’altro, di democratico c’è poco nei confronti della comunità curda.

Io non sono nato lì e da quelle parti non ci sono nemmeno mai passato, ma sentivo l’esigenza di documentarmi e di scriverne.

La storia dei Curdi trasuda di concetti imprescindibili per l’uomo quali l’appartenenza e l’identità. Spero che un giorno questo popolo possa racchiudere la propria cultura in confini geografici riconosciuti e rispettati da tutti. “Quella” non può essere un terra che non c’è.

Foto: Berk Ozkan / Anadolu Agency

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here