Il contatto con il sé. In settimana, mentre ero sdraiato sul mio divano nella condizione più bassa nella quale si può trovare un essere umano, mi è capitato di incappare in Million Dollar Baby. Lo avevo già visto e la consapevolezza di quello che mi avrebbe scaturito il film, se ne avessi continuato la visione, mi ha messo nella modalità cauta.

La decisione andava presa chiarendo una questione con me stesso: ero pronto a piangere?

Non ci è voluto molto per riportarmi a quell’agosto di qualche anno fa, mentre mi trovavo a New York.

Il motivo? Ve lo spiego subito. Mi trovavo a Brooklin e a parte la voglia di vedere palazzoni marroni stilizzati con scritte giganti, quelle tipiche che si vedono sulle pareti delle case in prossimità dei porti nei film americani, c’era l’intenzione di far visita alla Gleason’s, una delle palestre di boxe più famose del pianeta.

Mi ero lasciato alle spalle il Ponte di Brooklin e vedevo Manhattan dalla prospettiva opposta. I grattaceli in lontananza non mi mancavano. Ero decisamente concentrato sui vecchi palazzi di cui vi parlavo e che in quel momento mi circondavano. La mappa offline mi indicava la direzione della palestra, ma di tanto in tanto facevo delle piccole deviazioni incuriosito da qualche scorcio o da qualche strada che in quel momento reputavo interessante. Potevo permettermi di perdere un po’ di tempo, avevo fatto colazione da poco e quindi la fame sarebbe tardata ad arrivare.

Dopo circa una quindicina di minuti mi ritrovai poco distante da un incrocio dove c’erano una dozzina di persone che si alternavano a scattare foto. La mappa indicava la mia meta a tre minuti di camminata rispetto al posto dove mi trovavo. Ormai c’ero. Quando raggiunsi l’incrocio mi piantai proprio al centro per capire cosa ci fosse di così interessante da fotografare e quando voltai il mio sguardo a sinistra fui catapultato in quei fatti che New York è veramente brava a far accadere: la sensazione di essere in un film.

La locandina di Sergio

Lo scorcio in questione era il Ponte di Manhattan dalla prospettiva che era stata utilizzata per scattare la foto che poi sarebbe diventata la locandina di C’era una volta in America. Ecco per tanti quella potrebbe essere una strada e basta, ma non per un fanatico dei film di Sergio Leone. Io non facevo eccezione a quella regola. Per quel film, nello specifico, pensavo a quante volte ho cercato di catturarne le sfumature delle intenzioni registiche, dei personaggi. Quante volte ne ho discusso con le persone.

Quante volte ho cercato di interpretare i messaggi del tema. Quel film, negli anni, seppur indirettamente, aveva contribuito alla formazione del mio carattere, di quello che ero. Quella non era una semplice strada. Nei miei programmi c’era l’intenzione di trovare quel posto, ma quell’incontro casuale rese tutto decisamente più romantico.

A pochi metri, l’ho detto già, c’era la Gleason’s fatto per cui nella la mia testa continuavano a girare parole del tipo bingo, strike, centro e anche brindiamo.

All’entrata c’erano tre ragazzi che parlavano, stavano là appena fuori la porta. Assomigliavano spiccicati a quei pugili neri in erba. Non sapevo se da quelle parti erano graditi i turisti, sono sincero, anche se la situazione mi sembrava molto tranquilla. Decisi che si poteva entrare, dovevo solo passare attraverso il gruppetto dei tre. Lo feci.

Così ero all’interno, in mezzo ai ring e i colpi dei guantoni che colpivano qualche sacco.

Feci un breve giro e mi accorsi che ad allenarsi, a parte un pugile con il suo coach, c’erano solo comuni mortali che volevano apprendere qualche tecnica della nobile arte. Non avevo scelto un buon orario. La delusione però fu scacciata via presto, molto presto. Da lontano fui chiamato dal proprietario di tutto l’ambaradan che mi invitò nel suo ufficio mostrandomi le foto e le cinture dei campioni che si erano allenati nella sua “baracca”. Io ero sulle giostre, ma il giro non era ancora finito.

Hector Roca

Nell’ufficio a fianco c’era Hector Roca. Chi è? Un uomo sulla sessantina, con qualche tatuaggio, che ha portato al titolo mondiale una decina di pugili. Titolo mondiale. Quando gli dissi che ero italiano cominciò a parlare un mix di english-spanish-italian. Era stato sposato con la figlia di un boss italo-americano, il caro Hector. Fu simpatico e gentile, ma si intuiva che in gioventù non era raccomandabile farlo arrabbiare. A parere mio era meglio non farlo arrabbiare nemmeno da vecchio, ma, comunque, non avevo questa curiosità. Sulle pareti “il vecchio” mi mostro tanti cimeli e le foto con Hilary Swank con tanto di articoli. “Sono stato io ad allenarla per Million Dollar Baby” mi disse. Negli ultimi anni, sembra, quasi tutti gli attori di Hollywood che dovevano interpretare ruoli da pugili passassero da lui per la preparazione.

Leggi anche il Rapporto tra Mike Tyson e Cus D’Amato

Il potere dell’ispirazione

Seduto sul divano di casa mia, mentre si alternavano le prime scene di Million Dollar Baby, pensai che la strada che avevo fatto a piedi per raggiungere la Gleason’s era stata percorsa anche per merito di quel film, che per quanto mi faccia piangere e anche vero che mi ha fatto innamorare ancor di più della boxe. La vita sembra fatta così, con tanti piccoli e grandi percorsi che facciamo per raggiungere i nostri obiettivi, molti di questi a volte sono legati tra di loro e noi parecchie volte non ce ne accorgiamo nemmeno. Un po’ come i film di cui ho parlato e il percorso fatto a piedi per arrivare alla Gleason’s. Si piange di gioia, si ride di sarcasmo, facciamo scoperte inaspettate, tutto sembra tutto o niente. Tutto questo sembra vita e noi abbiamo l’obbligo di viverla.

Quante volte perdiamo noi stessi credendo che quella “cosa” si debba fare solo perché scritta nel manuale della cautela e dimenticando il libro del nostro credo?

Il cuore è sempre pronto a battere, ma solo il cuore coraggioso.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here