A suonare è un’armonia lenta, l’introduzione di un pianoforte accompagna fotogrammi, alcuni pigri altri scattanti, che si alternano davanti agli occhi aperti. Poi la melodia si dissolve in quelle tre parole: two-three-four… si tratta di un sussulto che detta il tempo, la musica riparte, io chiudo gli occhi e tutto va più veloce.

Se immaginate un uomo di trentacinque anni, in una fresca mattina, che aspetta la sua colazione mentre guarda il mare, uno di quei mari che ti fanno perdere i ricordi, con gli occhiali scuri e la barba, la sua barba un po’ bianca, lo sguardo serio e sonnacchioso, sonnacchioso come i movimenti del suo corpo che siede, da solo, a un tavolo; se immaginate un uomo in questa situazione immaginereste mai che sta soffrendo di emorroidi?

Me lo chiedevo quella mattina: chissà cosa pensano di me questi sconosciuti?

Facevamo colazione tutti su quella terrazza di legno rosso, sollevata a circa due metri di altezza dalla spiaggia. Da un lato, con un po’ di sforzo, ti saresti potuto tuffare direttamente in mare.

Sull’isola di Kecil le mie colazioni sono state consumate tutte su quella terrazza. Con lo stesso legno, i signori proprietari, avevano ben pensato di costruire tutta la struttura ricettiva. Così, oltre alla terrazza, con il legno rosso erano state realizzate anche le camere (pareti, tetto e pavimenti) e le scale. Descritto così sembra un po’ una palla questo alberghetto nel quale dormivo, ma in realtà, a vederlo, ti veniva voglia di diventare un pescatore e restare lì a vivere per un po’.

Alloggiavo al Senja e i ragazzi che ci lavoravano mi chiamavano sir. durante i primi tre giorni, successivamente sono diventato friend e infine bro’.

Il mio viaggio stava per finire e le “emorroidi bastarde” uccidevano sul nascere tutte le mie voglie; dovevo pensarci bene prima di mangiare quel piatto pieno di spezie e, allo stesso modo, dovevo pensarci bene prima di programmare un’uscita sulla barca. Le conseguenze di quelle azioni potevano rivelarsi catastrofiche rispetto alla mia, già precaria, situazione.

Il piano per curare le emorroidi era portare a zero i condimenti dei miei pasti, dal momento che sull’isola non c’era nemmeno una farmacia per comprare un rimedio. “Quest’isola del cazzo! Nemmeno una pomata posso comprare” dissi a me stesso, ma fu un attimo che già mi ero pentito di quello che avevo pensato. Davanti a me c’era il paradiso e io me la prendevo con la vita per via delle emorroidi. Certo, mi facevano male, limitavano la mia alimentazione e se dovevo raccogliere qualcosa da terra lo facevo a fatica, ma avevo delle gambe, ci vedevo, parlavo.

Sorrisi tra me e me per quella situazione del cazzo e osservai una donna di fronte al mio tavolo che ridacchiava, probabilmente divertita dal vedere un tizio che rideva da solo. Le sorrisi e continuai a guardare il mare. Pensavo al mio viaggio fino a quel momento.

Dapprima mi vennero in mente i luoghi e come questi cambiano a seconda delle persone che sono con te. Le parole scritte al pc, da solo, davanti all’oceano o sulla terrazza di un bar tranquillo. Le risate a crepapelle con persone che fino a pochi giorni prima erano degli sconosciuti e che ti ricordano di quante opportunità è in grado di offrirti la vita. Perché io penso che la prospettiva di ridere dovrebbe essere considerata come un’opportunità.

 Le mancanze. Chi ti manca, chi ti viene a trovare nei pensieri e chi avresti voluto a fianco a te mentre percorri quel sentiero o cammini su quella spiaggia. Quello che ti manca è ciò che ami e ciò che ami e quello che sei.

E poi i giochi. La mia mente mi riportò in una sera a Bali. Eravamo in quattro, era appena finita la nostra cena, e decidemmo di dirci a turno cosa pensavamo gli uni degli altri. Ricevetti tre diverse descrizioni di me. Fu divertente. Pensai che quando provi a tratteggiare un’altra persona, parecchie volte e inconsapevolmente, esce fuori, molto di più il tuo stato d’animo, piuttosto che la descrizione di chi ti sta di fronte.

Pensai che in futuro avrei fatto tesoro di quell’osservazione, seppur questa fosse nata da un gioco.

Le emozioni, tutte. Quelle belle, che ti fanno venir voglia di viaggiare e di conoscere e quelle brutte che ti mettono alla prova e ti fanno crescere, a patto che tu sia pronto a prenderle di petto.

Nelle mie orecchie stava passando una canzone che si dissolveva ancora in quelle tre parole: two-three-four. Rimasi folgorato da quell’armonia e andai a chiedere subito il titolo a uno dei ragazzi del Senja. “California by Lana Del Rey” disse e mentre questo accadeva un trafiletto del testo mi trafisse stomaco e intestino You’re scared to win, scared to lose; in quel momento quelle frase sapeva tanto di vita.

Se ci ripenso a quel momento durato una canzone mi sembra di aver vissuto un viaggio. Un viaggio nel viaggio.

Insomma io ero su quella sedia e riuscivo a malapena a muovermi perché mi faceva male il culo, ma sono riuscito a vivere quei pochi minuti in maniera intensa. Magari vi sembrerà strano, ma il fatto che quei minuti io non li abbia passati a lamentarmi mi fa sentire una persona fortunata.

Non so a voi, ma a me quando capita di pensare a cose del genere mi sembra di viaggiare, ma con le immagini dei ricordi. Sembra anche che tutto appaia sotto una luce gialla e a me piace pensare che siano raccolte in una camera. Una camera gialla.

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