Questo fatto lo devo proprio raccontare. Oggi passeggiavo per Ubud, era il mio primo giorno a Bali. Senza stare a raccontare troppo sulla città e su come ci sono arrivato (ci penserò in un altro articolo) vi dico subito che mi sono imbattuto in un bar con la terrazza che affacciava sulla strada, veramente molto carino. Di fronte c’era un tempio induista chiuso, nella città ce ne sono molti, e fuori c’era un manifesto che rappresentava lo spettacolo che si sarebbe tenuto la sera. Si trattava di un famigerato spettacolo di danza tribale di cui avevo letto nei giorni precedenti che aveva suscitato in me molta curiosità. Sono stato su quel terrazzo a sorseggiare il mio caffè freddo-multivitaminico-energizzante-rigenerante (a Bali, bombe di questo tipo ne trovi a quintalate) in attesa che i cancelli di quel tempio si aprissero. Quando le porte si sono spalancate mi sono fiondato giù. Ok ok, non ci crede nessuno. Prima ho fumato una sigaretta, poi ho finito di fare una chiacchiera con la cameriera del bar e poi, alla fine, sono sceso giù. Con calma.

Inizio della storia

Al cancello c’era una vecchietta di tre o quattromila anni, noleggiava veli che servivano a coprire le gambe scoperte di chi entrava per visitare il tempio (era una questione di rispetto alla loro cultura) e contemporaneamente si occupava della vendita dei biglietti dello spettacolo serale. Compro il biglietto io sorrido, lei sorride e me ne vado.

Arrivo al tempio mezz’ora prima dello spettacolo, come mi aveva indicato la vecchietta. Mostro il biglietto e mi incammino in questo tempio incantato nella direzione del luogo dove si sarebbe tenuta questa famosissima danza. Lungo il percorso vengo fermato tre volte consecutive da tre signori diversi che volevano vendermi birre a mo’ di ambulanti dello stadio San Paolo, da sorseggiare durante lo spettacolo. “Alla faccia del rispetto del tempio” penso. Comunque, arrivo a destinazione dove trovo un paio di centinaia di persone sedute, disposte a cerchio in attesa che tutto iniziasse.

La morte di Kumbakarna

Lo spettacolo era diviso in cinque scene, si chiama La morte di Kumbakarna e a quanto ho letto sull’ opuscolo si tratta di una forma d’arte balinese molto antica. Roba seria insomma. Mi incuriosisco sempre di più.

A un certo punto un signore accende un fuoco centrale che da inizio allo spettacolo. Dal piccolo tempietto escono una settantina di uomini mezzi nudi che a quanto pare dovevano rappresentare un esercito di scimmie. Il loro compito primario era quello di mettersi in fila di cinque persone attorno al fuoco, tutti ordinati e continuare a emettere il verso “ cak cak cak” a schemi ritmici sempre diversi. Corrono impavidi, fieri e sembrano veramente coreografici quando si dispongono attorno al fuoco. Dico “sembrano” perché mentre li guardo qualcosa non mi torna e mentre cerco di individuare la causa, questa, si presenta proprio davanti a me. Si trattava di uno di loro, un tipo robusto, non grasso, ma con la pancia dura e decisamente pronunciata. Quel tipo di pancia io la conosco. Non si ottiene così facilmente, ci vogliono anni di mangiate serie, di birre al bar. Certo c’è chi nasce con la dote, ma generalmente per arrivare a quei risultati devi faticare allenandoti duramente.

Giuvan

Storie divertenti
Giuvan

In tutti i casi questo signore, che per comodità chiameremo Giuvan, non mi sembrava molto sul pezzo. Faceva parte degli ultimi della fila, ma mentre gli altri sapevano bene come disporsi, lui sembrava decisamente disorientato. Per lo meno questa è stata la prima impressione che ho avuto. Giuvan è stato bravissimo a creare in me questo equivoco di sensazioni. Infatti dopo aver strascicato i piedi, non partecipato al coro ed effettuato le posizioni della coreografia con passi appena accennati ho capito subito che Giuvan non era disorientato. Giuvan sapeva benissimo dove si trovava, il problema era che Giuvan era visibilmente scocciato rispetto a quello che stava facendo. Lo spettacolo comunque va avanti. L’esercito di scimmie di cui Giuvan fa parte deve sedersi e da quel momento in poi per lui è la fine. Non riuscivo a staccargli gli occhi da dosso. Sembrava Bud Spencer nel coro dei pompieri e infatti i lineamenti del viso si avvicinavano. Da seduti Giuvan ha partecipato allo spettacolo in modo sempre più passivo. Continuava ad avere gli occhi a mezz’asta e non era una questione di razza asiatica. Giuvan aveva sonno, ogni tanto gli usciva qualche rutto.

Tutto è cominciato da una chiamata

A me faceva pensare a uno che era stato chiamato all’ ultimo per sostituire qualcun altro “Pronto, Giuvan sei tu? Stasera vorresti sostituire una persona allo spettacolo? Sì lo so che non lo fai dalle scuole elementari? Sì, lo so che hai appena finito di mangiare. So anche che hai bevuto quattro birre… Giuvan! In nome della nostra amicizia ti imploro di sostituire questa persona in questo cazzo di spettacolo, ti metti dietro così se non fai “cak cak”, nessuno ti vede”.

Ecco l’ingaggio di Giuvan sarà andato pressapoco in questo modo.

A un certo punto è successo: Giuvan ha chiuso gli occhi! Se si fosse trovato alla guida sull’A1 si sarebbe schiantato per via di un colpo di sonno. Fortunatamente per lui, Giuvan, era a terra seduto.

Di tanto in tanto usciva qualche personaggio principale dal tempietto: la principessina, uno vestito di rosso e tanti altri. Quando fa la sua apparizione il cattivo, uno vestito da Dieci di Coppe nelle carte napoletane, Giuvan si trattiene dal ridere. Si trattava sicuramente del tizio che lo aveva chiamato al telefono, erano sicuramente amici perché le loro pance erano identiche. Giuvan si sveglia un po’, ma dura cinque minuti. I suoi occhi cominciano ad appannarsi di nuovo, mentre le altre sessantanove persone continuavano a cantare “cak cak cak”, tutti sudati e con le vene gonfie sulla fronte.

Sul momento clou dello spettacolo tutto l’esercito si alza e si dispone diversamente.

A cerchio questa volta, in piccoli gruppi da cinque. Giuvan si alza a fatica con l’aria di chi si è veramente rotto il cazzo e incrocia lo sguardo dei quattro del suo gruppo, dice qualcosa e tutti cominciano a ridere, ma devono sopprimere tutto perché sono in scena. Erano quattro ragazzini che probabilmente avevano avuto l’onore di conoscere Giuvan attraverso le sue stesse battute avvenute durante il check che anticipava lo spettacolo.

I cerchi si sciolgono e tutti cominciano a correre verso le scale del tempietto. La coreografia prevede una corsa disordinata e quindi Giuvan dà il meglio di sé. Una volta arrivati devono sedersi tutti su i dieci gradini da cui erano scesi all’inizio dello spettacolo e qui Giuvan la fa grossa. Non sapendo, ancora una volta, dove sedersi prende di mira uno dei danzatori e lo scaraventa con una manata, proprio nel momento in cui si stava per sedere, all’ultima fila sulla scalinata. Si trattava di un vecchietto gracile gracile. Col cazzo che Giuvan ti faceva sedere! È dalle elementari che Giuvan sta all’ultimo banco, così e per sempre amen.

Eravamo alla fine e si vedeva

Anche perché l’espressione di Giuvan era decisamente sollevata. Il vecchietto era fuori dalla coreografia, dietro al gruppo, da solo e ogni tanto si grattava le tempie.

Siamo alla fine, i danzatori si alzano e vanno verso l’interno del tempio. Quando rientrano per prendersi gli applausi Giuvan non era con loro. Aveva deciso che poteva bastare, la sua performance era finita. L’ultima scena prevedeva che un tizio vestito da serpente doveva correre avanti e indietro tirado calci ai carboni ardenti. La scena si ripete con l’uomo serpente che sparpaglia i carboni e altri due che ricompongono la strada ardente con delle specie di scope. Dopo la quarta ripresa avevo deciso che era abbastanza, uno perché mi stavo affumicando, due perché non c’era più Giuvan. Mentre esco dal tempio intravedo tra le colonne Giuvan con una birra in mano che si ammazza dalle risate con altre due persone. Con i tipi come Giuvan ci si diverte un casino, ma le cose serie, con lui, proprio non si possono fare.

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