Introduzione

Qualche anno fa ero seduto da Gerard-Bistrot e bevevo il mio sesto bicchiere in santa pace. Di sorpresa sentii una mano leggera che mi toccò due volte la spalla.

-Signore, mi scusi- erano due giovani ragazze, con un viso molto pulito e ben vestite. Percepii una forma di riverenza nei miei confronti.

-Prego, ditemi- feci io e la più chiara delle due si fece coraggio –Lei è il violinista che ha suonato Il labirinto al compleanno del Re?

Una celebrità

Sì, sono proprio io e sono orgoglioso di esserlo, l’autore de Il Labirinto, colui il quale è riuscito a suonare all’evento più importante della nazione.

Essere chi sono è divertente. Da quando esplose il successo poi, diventò tutto molto amplificato. Il comportamento delle persone nei miei confronti diventò più, diciamo, affettuoso. Un esempio? Diventare oggetto di contesa tra due ragazze, come capitò con le due di cui ricordavo nell’introduzione; ed eventi simili ne capitarono, eccome.

Suonare è sempre stato quello che ho voluto fare nella vita. La mia nazione è la patria dei violinisti, ma questo non vuol dire che io abbia avuto vita facile per arrivare al successo. Io non vengo da una famiglia di musicisti né potevo permettermi lezioni da un bravo maestro. Ho imparato dagli artisti che si avvicendavano su quel vecchio palco della locanda di Gerard. Io ero piccolo e me ne stavo sempre nel retro a guardare le esibizioni, oppure ad aspettare una dritta di qualche musicista a cui facevo tenerezza. Quella è stata la mia scuola.

A sedici anni avevo un mucchio di esperienze vissute da Gerard, più di centocinquanta concerti e l’età minima per partecipare alle audizioni della Festa del re.

La Festa del re

Sapete, esibirsi a quella festa significa essere riconosciuto come un vero musicista, non sei più considerato come uno qualunque. Senza considerare, poi, le innumerevoli opportunità lavorative che si aprono oltrefrontiera.

Io, come vi dicevo, compiuti sedici anni mi sono buttato. Presi un palo, anzi un muro alla mia prima esperienza. Fui scartato e sapevo che ci poteva stare. Lo stesso esito, però, ebbero le audizioni dell’anno dopo, di quello dopo ancora e dei dieci anni che seguirono.

La mia sicurezza rispetto a quello che facevo cominciò a vacillare. In quel periodo ero così ansioso che fin anche si fossero presentate due giovani ragazze disponibili, simili a quelle incontrate de Gerard Bistrot (cosa che non successe, ma immaginando fosse accaduto), avrei avuto difficoltà a lasciarmi andare.

L’impresa più ardua era quello di raccontare a tutti, ma soprattutto a me stesso di non essere in grado, come professionista, di poter fare ciò che amavo.

Andai avanti a ogni buon conto e nel momento più buio della mia vita scrissi Il Labirinto. Quando mi presentai per l’ennesima volta alle audizioni per partecipare alla festa del re sentivo che c’era qualcosa di diverso rispetto alle volte precedenti. Avevo scritto qualcosa di viscerale, ne ero sicuro e della stessa opinione furono i selezionatori e la stragrande maggioranza delle persone che mi hanno onorato con i loro applausi. Fu un trionfo. Quell’opera mi apportò un enorme successo, ma mai avrei pensato che la stessa, in futuro, potesse rendermi anche un pesante fardello.

Dopo due anni

Dopo due anni di successi, decisi di rimettermi in gioco. Venivo da un periodo pieno di riconoscimenti e mi presentai alle audizioni per la Festa del re con un nuovo lavoro. Fu un disastro. Quel pezzo fu scartato e non ebbe successo neanche nelle altre corti. Da quel momento non riuscii a scrivere nemmeno una bozza di sinfonia.

Il peso di dovermi riconfermare fu duro come i dieci anni in cui venivo ripetutamente scartato. Ero riconosciuto ancora come un musicista di successo, ma questa condizione, almeno interiormente, non mi aiutò. Vedermi incapace di comporre nulla nonostante la situazione “comoda” mi angosciava ancor di più. Come avrei potuto scrivere un’opera pari alla bellezza de Il Labirinto? Dopo un’altro anno in cui non riuscivo a trovare l’ispirazione per scrivere un’opera “all’altezza” presi in considerazione l’idea di ritirarmi per sempre dalle scene. Alla fine, mentre cercavo le risorse per scrivere un nuovo brano capii che l’unica soluzione che avevo era quella di TORNARE A CASA.

Vorrei spiegare, però, cosa significava per me “tornare a casa” e come arrivai a quella consapevolezza. Come vi dicevo ero alla ricerca dell’ispirazione e pensai che per ritrovarla poteva essere una buona idea creare una connessione con me, anzi il me, nei giorni in cui avevo scritto Il Labirinto.

Ma come potevo trovare qualcosa in comune tra un musicista con la fame di affermazione con uno che, invece, viveva nel pieno del suo successo? Si trattava sempre di me, ma le differenti condizioni del passato e del presente mi rendevano come due persone differenti.

Infilai le dita tra i capelli e, nello stesso momento in cui lo facevo, mi passarono davanti agli occhi i rifiuti ricevuti da giovane, i continui no. Per me, quello, fu un periodo molto duro e rivedendolo giunsi alla conclusione che se tornavo a fare musica, nonostante questa mi arrecasse continui fallimenti, continui rifiuti significava che amavo suonare più di quanto odiassi le frustrazioni che la stessa musica mi arrecava. Questo significava che amavo fare musica, sì, ma questa affermazione non era ancora del tutto precisa. Io amavo la musica più di quanto amassi me stesso. Per me tornare a fare musica era come tornare nelle mie sicurezze, nel mio mondo. Tornare a fare musica era come TORNARE A CASA! Ce l’avevo fatta! Ero riuscito a trovarla. Questa era la congiunzione con il me del presente e il me del passato che il tempo non aveva cambiato.

Sono tornato a comporre, suonare e, da quel disastro artistico, ho scritto altre sinfonie, alcune buone e altre meno.

Cosa ho imparato

Il successo è universalmente riconosciuto come qualcosa di bello e il fallimento come qualcosa di tremendamente brutto, ma entrambi, credetemi sulla parola, hanno qualcosa in comune. Entrambi, l’uno con le luci abbaglianti delle lodi e l’altro con il buio dell’insoddisfazione, vi catapultano lontano da quello che siete realmente.

Il vero me lo immagino su una linea retta. Nei due spazi laterali a questa linea risiedono da un lato il successo e dall’altro il fallimento. In questo chiaroscuro della vita è facile che la vostra mente perda l’orientamento se si resta troppo tempo in uno di questi due spazi e quando questo succede e pure facile non distinguere quello che è giusto da quello che non lo è.

In questi casi l’unica sensazione che si percepisce è la distanza che ci divide da quella linea. Be’, quando questo succede l’unica possibilità che abbiamo per rimettere a posto questo squilibrio è di tornare a quello che siamo, a quella linea centrale, a quello che prima definivo come tornare a casa.

Se qualcuno si stesse chiedendo come si fa a trovare la strada di casa io ho la presunzione di poter rispondere che l’unico modo possibile è incamminarsi nella direzione di ciò che si ama, più di sé stessi.

Io non so cosa significa per voi amare qualcosa più di voi stessi. Per me è fare musica, quello che ho sempre desiderato fare. Se pensate che viviamo la maggior parte del nostro tempo “emotivamente” scaraventati fuori da quella linea, spostati nel successo o nel fiasco, ci rendiamo conto di quanto sia importante costruire, nelle nostre vite, un posto che ci faccia sentire sicuri. Ah, la dipendenza dall’alcool non vale, quella è un’altra storia.

Quindi ogni volta che verrete lanciati lontano da questo posto, tutto quello che dovrete fare è ritrovarne la strada del ritorno. Come? Tirando su le maniche! E mettendovi a lavoro, con devozione e rispetto per ciò che amate, provando a mettercela tutta ancora una volta, ancora di più e se questo non bastasse provateci ancora, ancora e ancora.

Se ti dovesse capitare di tenere a mente queste cose, proprio nel momento in cui ti trovi stordito e di mettere in atto tutto quanto scritto da me, ma anche il contrario, fammelo sapere.

Passa da Giarard Bistrot e raccontami la tua storia, il primo giro offro io.

Se proprio non riesci lascia un messaggio qua giù.

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