La Peroni

Quando tornò con la busta in mano e la Peroni dentro, Ciruzzo trovò il gruppo che si stava scompisciando dalle risate. Alfonsino aveva incanalato una serie di battute veramente forti, il bersaglio era Ciruzzo diventato ormai suo nemico.

“Ne Ciru’ ma aro si iùto a Polonia pè accattà sta birra? Iamm bell, forza, dammi sta cosa”.

Ciruzzo diede la birra ad Alfonsino, tutto rosso in faccia, le battutine di tutti quanti gli avevano atterrato la sicurezza di qualche minuto prima. Nonostante questo riuscì a racimolare un briciolo di spavalderia

 “Alfo’ te l’ho detto, di questa birra non ne bevi nemmeno mezza”

Alfonsino, si vedeva in faccia, era decisamente seccato da tanta insolenza. Come si era permesso un ragazzino più piccolo di contraddire la sua parola. Doveva metterlo a posto e per farlo doveva, innanzitutto, superare quella prova e poi mettere in ridicolo a Ciruzziello. Mortificare chi gli aveva lanciato la sfida sarebbe servito da monito a tutti quelli che in futuro avrebbero pensato di contraddirlo su qualsiasi cosa. L’umiliazione era il prezzo da pagare. Per fare questo Alfonsino propose una scommessa.

Scommessa

“Fammi sentì Ciru’, dal momento che sei così sicuro di quello che dici, vulessimo fà nà scummessa?

Propose la sfida con la risatina tipica di chi è sicuro di sé Alfonsino, tanto che fece aizzare un coro: “SCOMMESSA SCOMMESSA SCOMMESSA”

“Dieci mila lire” propose Ciruzziello

“Dieci mila lire? Tu nun tieni nemmeno l’uocchie pè chiagnere” fece Alfonsino “Facciamo così, chi perde va sul tetto della scuola e cammina avanti e indietro come una gallina con il culo da fuori”

“Per me non ci sono problemi, ma se perdi Alfonsi’, devi pagare la scommessa”

“Io la scommessa non la pago pecché nun perdo”

Dal momento che eravamo tutti testimoni e che i due erano d’accordo, la scommessa era ufficializzata. Da quel momento in poi nessuno si sarebbe potuto tirare indietro. Alfonsino avrebbe consolidato la sua immagine in maniera inarrivabile, stava per fare una cosa di cui erano capaci solo gli adulti, ma guai se gli fosse venuto anche solo un singhiozzo mentre tracannava. Sarebbe stato marchiato per sempre come la gallina sul tetto della scuola. Con il culo da fuori tra l’altro.

Stessa sorte per Ciruzziello nel caso di perdita che, però, allo stesso tempo, si giocava la sua rivincita, il rispetto del gruppo che mai gli era stato riconosciuto. Sconfiggere e umiliare un mostro come Alfonsino lo avrebbe incoronato scugnizzo di strada, autentico “figlio di puttana”.

Io, dal canto mio, non riuscivo a tifare per nessuno. Ero nella mia zona di confort che non mi faceva né perdere né guadagnare nulla. Ero solamente entusiasta, ridevo con tutti gli altri. Scherzavamo con Ciruzziello, gli prospettavamo la figura di merda. Con Alfonsino invece ci comportavamo diversamente, probabilmente perché nel nostro inconscio, eravamo terrorizzati dall’ipotesi che potesse buttare nella scommessa qualcuno di noi, così come aveva fatto con Ciruzzo. Tirare troppo fuori la “testa dal sacco” con Alfonsino non conveniva, era meglio essere vigliacchi e sfottere il povero Ciruzziello.

Alfonsino in tutto questo si era gasato, aveva il tifo a favore. Alzò la bottiglia fece un sospiro e disse “Mo ve faccio vedé come ma vasà a stà piccirella”

Quando portò la bottiglia alla bocca mi aspettavo un sorso più vorace, invece Alfonsino partì piano piano.

Si creò un silenzio tombale, gli occhi di tutti erano puntati sulla bottiglia che man mano si svuotava e si spostavano solo per osservare il volto di Ciruzzo che ogni tanto ostentava sicurezza pensando ad alta voce “Tanto, nun ce la fà” diceva o, quantomeno, sperava.

Quando la bottiglia fu mezza vuota, Alfonsino ebbe un attimo di esitazione, poi, però, continuò con i tempi dettati dall’inizio, la birra scendeva e qualcuno cominciava a pronosticare qualcosa. Io veramente non avrei saputo su chi scommettere, mi sembrava una sfida così ardua, bere una Peroni intera in un solo sorso.

Alfonsino, intanto, era arrivato quasi alla fine e Ciruzziello non parlava più, mancavano due dita dal fondo della bottiglia. Cominciarono tutti ad agitarsi.

Accelerò Alfonsino e, alla fine, si ritrovò con una bottiglia vuota in mano e gli occhi rossi, aveva un’espressione seria, tutti gridavano “Ce l’ha fatta, ce l’ha fatta”, io ero come paralizzato, convinto che gli stesse per venire un malore, ma proprio nel momento in cui lo stavo pensando, Alfonsino puntò Ciruzzo con lo sguardo e gli fece un rutto in faccia così rumoroso che echeggiò lungo tutto il campo.

“Coccodè coccodè”, cominciammo a girare tutti attorno a Ciruzziello, che aveva subito un’altra sconfitta.

“Vai Ciru’, vai a fà à gallina sul tetto della scuola và” disse Alfonsino

Ciruzziello era rosso in faccia, forse stava pure sudando, sembrava che stesse per esplodere. Non riuscivo a capire bene quello che stava provando, vidi che accennò una risatina, questo sì, ma sembrò più una conseguenza della rabbia che altro. “Io le scommesse le onoro, che vi pensate? Io song omm” disse.

“Sì, però, primm di fare l’uomo, oggi devi fare la gallina” aggiunse Alfonsino, facendo urlare tutti dalle risate.

Io song omm

Così ci dirigemmo verso la scuola tutti quanti, Ciruzziello cercava di controbattere ai continui sfottò con la solita frase: “Sì, io ci salgo sul tetto, che vi pensate? Io song omm”

Quando arrivammo a destinazione, Ciruzziello, a testa bassa, si arrampicò sul palo di plastica fissato sulla parete esterna del muro della scuola. Quel palo era lo scarico dell’acqua o qualcosa del genere, non ci siamo mai interessati troppo. Quello che sapevamo era che il pilone, dove in quel momento si stava arrampicando Ciruzziello, era abbastanza resistente. Pietro, quello che si lancia dal primo piano senza uccidersi, su quel palo si era arrampicato più volte.

Ciruzziello alla fine arrivò sul tetto, ora doveva abbassarsi i pantaloni e diventare una gallina che andava avanti e indietro sul tetto della scuola, fatto questo sarebbe tutto finito.

Coccodè, coccodè urlavano tutti quanti. “Cinque volte, avanti e indietro, forza” urlò Alfonsino, con la mano tesa in avanti a mostrare il numero cinque.

Ciruzzò, così, si abbassò il pantalone e cominciò a imitare la gallina. Coccodè coccodè faceva. Dal basso Alfonsino lo bersagliava a più non posso “Tu fuss omm? Tu nun tien nemmen i peli ngopp o cazz”

“L’importante e che teng o cazz, coccodè” rispondeva Ciruzzo.

Alla penultima tornata, però, successe un fatto che fece diventare ancor più duro il pegno.

Si stava avvicinando il gruppo delle ragazze incuriosite dalle urla che stavamo producendo e Ciruzzo per quanta dignità aveva messo sotto i piedi fino a quel momento, per “Fà l’omm” ora, si doveva scontrare, veramente, contro il muro della vergogna. A peggiorare ulteriormente le cose per Ciruzzo fu la presenza di Laura, sua sorella maggiore, che camminava verso la scuola con il gruppo delle ragazze.

Quando tutte furono abbastanza vicine, da capire cosa stesse succedendo, cominciarono a starnazzare come oche. Si dice così quando un gruppo di ragazzine ride sguaiatamente, no? Nello stesso momento in cui questo succedeva Laura levò una voce dal suo petto, talmente forte, che se ci penso mi sembra che il suono sia ancora nell’aria. “Ciru’, ma che stai facenn?” rossa in viso, ansimante di rabbia.

Ciruzzo, da sopra il tetto, udì la voce della sorella nonostante le grida degli altri e delle altre. Sembrava il mercato del pesce. Ridevo anche io, ma la vista dell’espressione di Laura mi raggelò. Fino ad allora non avevo mai visto tanta collera su un volto. Comunque, non feci in tempo a pensare a tutte queste cose che le urla di tutti quanti riportarono la mia attenzione su Ciruzziello. Fu un secondo, anzi meno di un secondo. Io non so bene come fece, ma si impappinò lui, i pantaloni abbassati e la cazzo di gallina che stava imitando.

Volò giù dal tetto della scuola e il suo corpo fece un rumore strano quando tocco terra. Non assomigliava né a un sacco né a qualsiasi altro oggetto sulla faccia della terra che cade dal terrazzo di una scuola.

Io, in quel preciso istante, sentivo solo il sangue che mi saliva in testa, il cuore che mi batteva forte e soprattutto le urla di Laura, in grado di coprire quelle di tutti gli altri.

Attorno a me tutti ripetevano “Oh oh oooh” sembrava che nessuno sapesse dire altro, Alfonsino si era pietrificato. Laura si era accasciata sul corpo del fratello che stava a terra “Ciruuuu’ Ciruuu’”continuava a urlare. Pure quel tipo di urla non le avevo mai sentite prima, erano innaturali. L’unica cosa che riuscivo a intravedere di Ciruzzo era un piede senza scarpa, persa, forse, sul tetto della scuola.

Da quel giorno

Da quel giorno non salii al di sopra di un secondo piano senza che mi girasse la testa. Le vertigini, nel tempo, diventarono talmente forti che smisi di provare ad affacciarmi da qualsiasi balcone. Niente più vedute dall’alto. Nel frattempo ci fu vietato di scavalcare il muretto che dava sul campo della scuola. Mio padre promise che mi avrebbe spaccato le ossa nel caso in cui avessi aggirato quel divieto. Il campo della scuola, che aveva ospitato le nostre partite, che ci aveva fatto diventare degli autentici sportivi da strada, ora, era inaccessibile. Il nostro ostacolo più grande, però, non furono le minacce dei nostri genitori, ma le inferriate più alte che furono saldate lungo il perimetro del campo. Fummo tutti d’accordo sul fatto che, passato un po’ di tempo, avremmo dissaldato con la forza una sbarra delle cancellate e creato un varco che ci avrebbe consentito l’accesso al campo. Prima però si dovevano calmare le acque.

Continuammo a riunirci sul muretto, anche prima delle diciotto. Passavamo il pomeriggio a fumare, cominciarono tutti in quel periodo, anche i più piccoli. La bottiglia bevuta da Alfonsino nel giorno dell’incidente fu lasciata sul muretto ad uso posacenere. Ci infilammo dentro tutte le sigarette fumate, ma ben presto si riempì e quindi pensammo bene di comprare altre bottiglie.

Ogni tanto vedevo Laura passeggiare. Il suo viso era sempre spento, non la vedevo mai sorridere. Nel quartiere ci stava poco, usciva con poche amiche e i tempi in cui la vedevo ridere in mezzo a un gruppone di ragazze mi sembravano lontanissimi. La sua espressione così seria mi turbava, volevo capire quali pensieri potessero passare per la testa a una persona così dilaniata nell’animo. Quanto si può soffrire per la perdita di un fratello? Sicuramente, non aveva tempo per pensare alle stupidaggini, i suoi dovevano essere tutti pensieri importanti, seri. Mi era capitato, prima di allora, di essere incuriosito dalla sofferenza delle persone. Quando c’era un funerale nel mio quartiere osservavo sempre i parenti più stretti. Riguardo a Laura, però, era diverso. Lei aveva quasi la mia età, era di tre anni più grande, quindi la sua sofferenza mi riguardava di più rispetto a quella degli adulti.

Arrivò l’estate, e a me fu consentito di ritornare a casa più tardi, il giorno dopo non c’era scuola. Capitava spesso di ritrovarmi sul muretto con i ragazzi più grandi che, di sera, erano in proporzione maggiore rispetto ai più piccoli. Fu l’estate dell’avvento delle canne. I grandi le fumavano quasi tutte le sere.

Io restavo a guardare quei riti fatti di tabacco, cartine e filtri. Osservarli era come seguire un documentario; avevo sempre sentito parlare di canne, ma mai, prima di quelle sere, avevo assistito alla preparazione degli spinelli o annusato l’odore del fumo. Allo stesso tempo mi venivano in mente i miei amici di classe, quelli degli altri quartieri. Loro non potevano assistere a quelle lezioni di vita, pensavo. Mi sentivo un privilegiato a stare in mezzo ai grandi.

Alfonsino fumava più di tutti. Era anche quello che, rispetto agli altri, aveva più soldi in tasca. Tutti quanti cercavano di imitarlo in un certo senso, per come vestiva, per come si comportava; questo valeva per i più piccoli come per i più grandi. Nel tempo si era guadagnato il rispetto di tutti e anche io ero nella cerchia di “quelli” che volevano essere come lui. Ricordo che in quel periodo andavo spesso in conflitto con mio padre che mal volentieri sopportava il mio nuovo modo di parlare influenzato senza dubbio da Alfonsino.

Al contempo diventai molto simpatico ad Alfonsino. Di questo ero sicuro e la conferma nasceva dal fatto che, tra i piccoli, ero l’unico a non essere preso in giro. Alfonsino prendeva in giro proprio tutti quando fumava, era veramente divertente assistere alle sue battute. A turno, erano passati uno a uno sotto il torchio del suo sfottò. Un giorno ci andò pesante con Luchetto, un ragazzo della sua stessa età. Io ridevo a squarciagola su quelle battute tanto che Luchetto cominciò ad innervosirsi e decise di prendersela con me.

“Strunz, che cazz tien a rirere” mi disse all’improvviso. La sua espressione fu talmente seria che la paura non mi fece nemmeno rispondere. Quando pensai che era arrivata la mia ora e, quindi, la mia faccia si sarebbe presa due schiaffi da Luchetto fui salvato dal mio angelo custode: Alfonsino.

“Facc e cazz, ma nun vir che è chiu piccirill?” finì giusto la frase Alfonsino e poi fece partire due schiaffi potentissimi, entrambi con il destro, entrambi a segno sul bersaglio: l’occhio sinistro di Luchetto.

Non ci fu replica. Alfonsino gli disse di “Togliersi dal cazzo” e Luchetto eseguì. Da quel momento in poi tutti mi trattarono diversamente, diventai decisamente più simpatico agli occhi del gruppo.

Poi successe qualcosa

Una sera, al muretto, mi trovai a fare una sfida di palleggi con quelli della mia età. Successe un fatto straordinario. Lauretta, che come dicevo, non si faceva vedere in giro come un tempo, si trovò a passare da quelle parti con le sue amiche. Erano in tre e si fermarono poco distanti da noi per fumare una sigaretta.

Mi sentivo in imbarazzo a farmi vedere con il pallone mentre palleggiavo così decisi di interrompere subito la sfida. “Mi sono scocciato” dissi e subito sfilai una sigaretta dal pacchetto che nascondevamo in un buco del muretto.

Cercavo di farmi notare dalle ragazze, volevo che sapessero che io fumavo, quindi mi alzavo dal muretto e cercavo di parlare ad alta voce. Niente.

Osservavo Laura, mi sembrava venuta da un altro pianeta. Ero ossessionato dal capire quali potevano essere le sue argomentazioni o i suoi interessi.

 Arrivarono due motorini, in sella i ragazzi più grandi. C’era anche Alfonsino tra di loro. Era la mia occasione per farmi riconoscere dalle ragazze come amico dei grandi.

“Buonasera, stasera abbiamo l’onore di avere tre fiori con noi” disse Alfonsino rivolgendosi alle ragazze. Tutte sorrisero salutandolo, tranne Laura che invece rispose con un impercettibile movimento della testa al suo saluto. Alfonsino cominciò il suo show, ogni tanto coinvolgeva anche le ragazze, rimaste poco distanti da noi. Si fece uno spinello e la sua loquacità divenne ancora più spiccata. Era al massimo e tutti noi volevamo essere come lui. Ridevamo. Solo Laura faceva eccezione: lei rimaneva seria.

Volevo assolutamente avere un contatto con lei, quella sua apparente non espressione io la vedevo come un campo inesplorato, ma era evidente che questa sensazione la provassi solo io. Nella mia missione di avvicinarmi a Laura, Alfonsino non mi stava aiutando di certo. Le sue battute, le sue risate non facevano breccia su Laura, anzi. Sembrava quasi infastidita.

Il modo di fare di Alfonsino cominciò a darmi sui nervi, volevo che cambiasse marcia, volevo che facesse qualcosa di più adatto alle corde di Laura.

I miei pensieri furono confermati dal fatto che Lauretta decise di andarsene. In mezzo a quel baccano riuscì a leggere il suo labiale mentre si rivolgeva alle amiche che prontamente si offrirono di tornare con lei.

“Noi andiamo via” dissero quasi in coro le due amiche di Laura, rivolgendosi ai ragazzi più grandi.

“Non ci onorate della vostra presenza? Già andate?” rispose Alfonsino

“Laura, deve tornare a casa. Facciamo la strada del ritorno assieme” rispose una di loro

“Torna a casa Laura, tornate tutte” replicò Alfonsino ridendo

“Guarda che nessuno le obbliga, se volevano restare, restavano. No?” disse Lauretta, fredda.

Si creò uno stato di esitazione, in cui sembrava che nessuno sapesse bene cosa fare. Oltre a questo percepivo qualcosa tra Laura e Alfonsino, si erano scambiati giusto due battute, ma sembrava che stessero per esplodere, soprattutto Laura.

“Iamm Laure’, aro vai? Fatti due tiri con noi” propose Alfonsino armeggiando con lo spinello

“Ti ho detto che me ne devo andare” rispose Laura ancora più fredda

“Ok ok, vai pure. Ma perché rispondi in questo modo?

“Come dovrei risponderti, ti ho detto che devo andare. Come dovevo farlo con l’inchino?

“Fammi capi’, ma che problem tien?

“I problemi miei, semmai ce li avessi, di sicuro non li vengo a dire a te

Alfonsino non aveva mai sopportato gli affronti, ogni volta che ne aveva subito uno aveva sempre risposto, soprattutto se questi avevano luogo davanti ad altre persone. Quella volta sembrò comportarsi in modo diverso però, mostrò un sorriso beffardo a Laura e disse “Va bene Laure’, se proprio devi andare”. Laura così fece, si girò senza dire nulla e si avviò con le sue amiche che la seguirono.

“Guardate, a’ gallin con i pulcini che seguono” disse Alfonsino, con il sorriso ancora stampato sul volto. Tutti scoppiarono in una risata sguaiata, “Deve essere un tratto distintivo di famiglia” aggiunse ancora, facendo aumentare ancor di più il divertimento. A me non veniva da ridere, non riuscivo a capire come aveva fatto Alfonsino a tirare un colpo così basso. Laura intanto era rimasta immobile, girata ancora di spalle. Quando si voltò aveva gli occhi di fuoco, pieni di lacrime. Si scagliò contro Alfonsino con una velocità assurda, attaccandolo con schiaffi e calci. Non so bene come fece, vuoi l’effetto sorpresa, vuoi la velocità inaspettata, ma Lauretta mise a segno un calcio nelle palle e due schiaffi veramente importanti.

Merda

“Merda, se fratem è muort è pecché tu nun si omm, merda merda merda” continuava a urlare Lauretta, intanto braccata dagli altri. Alfonsino ebbe il tempo di aggiustarsi la camicia e alzare gli occhi verso Lauretta, sembrava il toro prima della corrida. A me era salito il sangue in testa, stavo odiando Alfonsino e non capivo come facevano gli altri ragazzi più grandi a non avergli dato un pugno in bocca per quanto detto. Aveva superato ogni limite questa volta. Lauretta intanto si dimenava tra le braccia delle amiche e alcuni ragazzi che la tenevano ferma, mentre Alfonsino la avvertiva da lontano “Nun te vatt sul pecché si femmn”

Lauretta aveva il viso stravolto, le mani che tremavano. Sentivo che dovevo starle vicino. In maniera molto istintiva mi avvicinai e riuscii a metterle le mani sulle spalle. Dovetti farmi spazio trai i corpi che si muovevano attorno a lei, volevo che si accorgesse della mia presenza. Quando finalmente riuscii a mettermi di fronte le strinsi le braccia forte, poi le presi il viso con una mano in modo tale che mi potesse guardare bene negli occhi. Le dissi che si doveva calmare, che Alfonsino era un idiota e avrebbe pagato per quanto detto. Gli occhi di Laura mi interrogavano, a parere mio non riusciva a capire come mai gli stavo dando supporto. Le avrei voluto dire tante cose, che mi dispiaceva che un mio amico si fosse comportato così male, che mi dispiaceva per suo fratello, ma non usci fuori una parola. Ci guardammo solo.

Alfonsino in tutto questo aveva sentito quello che pensavo di lui, mi disse “Fammi capi’, chi dovrebbe farmela pagare tu?”. In effetti la risposta doveva essere sì, avrei dovuto fargliela pagare io a quell’idiota, peccato che non avevo studiato un piano.

Guardavo fisso Alfonsino negli occhi, ma non riuscivo a rispondere. In realtà avevo paura. C’erano delle serie possibilità che io, da lì a breve, mi fossi trovato sotto una montagna di schiaffi. Non ci sarebbe stata sfida, non avevo la struttura fisica per contrappormi ad Alfonsino. Sarebbe stata una lotta impari e in più nessuno avrebbe preso le mie parti. Quello che mi faceva più paura era l’umiliazione a cui andavo incontro, non era sicuramente quello il modo in cui mi sarei voluto far notare da Lauretta.

Io e Alfonsino eravamo quasi faccia a faccia e io ero pronto al peggio quando arrivò una volante della polizia. Pensai “Che culo!” ed ero così sollevato che quasi lo dissi ad alta voce. Probabilmente qualcuno nei paraggi aveva sentito le urla di Lauretta e aveva ben pensato di chiamare una volante, oppure passavano dalle nostre parti per caso gli sbirri. Non lo so. Quello che sapevo, l’unica cosa, era che avevo scansato un fosso con la loro presenza. I poliziotti chiesero a tutti cosa stessimo facendo, ma avendo solo risposte di circostanza travestite da cazzate, ci dissero che dovevamo andare via perché stavamo dando fastidio alle persone che vivevano nel vicinato. Tutti si dileguarono e io pensai di tornarmene a casa, attorno a me vedevo occhi troppo distanti, nessuno mi rivolgeva la parola. Alfonsino montò sul suo motorino, mise in moto e si avviò, rallentando giusto quando mi fu a fianco, il tempo di guardarmi fisso negli occhi, poi andò via. La sera, quando fui a casa, pensavo continuamente a quello che era successo. Non sarebbe di certo finita lì. Ero in una situazione di merda, per giunta senza aver ottenuto nulla; non avevo ricevuto nemmeno un grazie da Laura, anzi a pensarci bene, doveva essere andata via subito dal momento che, dall’arrivo della volante, non l’avevo più vista. Alfonsino mi odiava, serbava una vendetta contro di me e questa situazione mi metteva, automaticamente, contro tutti. Che poi a pensarci bene che colpe aveva Alfonsino riguardo la morte di Ciruzzo? Mi ero messo in un mare di guai per una ragione di cui, in quella sera, non ero nemmeno più sicuro. L’istinto mi aveva fregato.

A complicare ulteriormente la situazione furono le mie vertigini. Non riuscivo ad affacciarmi dal balcone di casa mia e, di conseguenza, non potevo controllare la situazione in strada. Non volevo rischiare di incrociare Alfonsino quindi, prima di scendere, mi affidavo al mio udito per capire chi c’era. I primi due giorni furono una tortura, quando mettevo piede in strada mi batteva il cuore dall’ansia. Di starmene chiuso a casa non se ne parlava, anche perché avrei destato sospetto nei miei genitori per il mio comportamento anomalo. Prima o poi avrei dovuto incontrare Alfonsino, lo sapevo.

Quello che non mi aspettavo, invece, fu il comportamento dei miei amici. Ero sicuro che quella situazione avrebbe compromesso i miei rapporti e che tutti mi avrebbero trattato con distacco, in realtà successe l’esatto opposto.

Non pochi mi dissero che avevano provato ammirazione per il mio coraggio, anche tra i più grandi. Le parole dei ragazzi, seppur di poco, mi liberarono dalla sensazione di ansia. Quella ventata di freschezza mentale mi fece ritornare a riflettere su quanto accaduto tra Alfonsino e Laura. Misi di nuovo in discussione Alfonsino: aveva realmente delle colpe sulla morte di Ciruzzo? Oppure le parole di Laura erano solamente una valvola di sfogo per un dolore troppo grande? Cominciai a chiedermi da cosa era alimentato il risentimento di una persona e a cosa potesse portare.

Non feci parola con nessuno di questi pensieri. Non ero sicuro di essere in grado di spiegarli, non avevo mai dovuto riflettere su quel tipo di cose fino ad allora. Inoltre per quanto i miei amici mi stessero vicino, nessuno mi dava l’impressione di avere la necessità di volersi confrontare su quelle che, a quanto pareva, erano solamente mie considerazioni.

Sentivo dirmi “Tien e pall”, ma quelle parole che inizialmente mi avevano dato coraggio ora cominciavano a stonare nella mia testa. Non avevo mai esternato il fatto di aver paura, ma in fondo sapevo di provarla.

Passò una settimana.

Faceva molto caldo quell’anno e a casa era una tortura per la temperatura. L’incontro con Alfonsino avvenne proprio in una di quelle giornate così afose e io non ebbi molto tempo di pensare, dal momento che arrivò di spalle.

Stavamo al solito posto, eravamo una decina del nostro gruppo e io stavo in mezzo quando sentii spingermi alle spalle così forte che quasi andai con la faccia a terra.

“Allora, mò stiamo faccia e faccia, famm veré comm ma fai pavà?” si rivolse così Alfonsino quando girandomi mi accorsi che era stato lui a spingermi. Sembrava più grosso del normale, ma comunque cercai di farmi coraggio. In quei giorni mi ero immaginato quella scena e avevo abbozzato la mia tattica che, naturalmente, non prevedeva lo scontro fisico. Pensavo di giocarmela in maniera diplomatica, di spiegare ad Alfonsino quali erano state le ragioni che mi avevano spinto a proteggere Lauretta. Pensai diverse cose insomma, ma non ne misi in pratica nessuna dal momento che presi due schiaffi, un calcio nell’anca e un pugno che centrò guancia bocca e naso. Quando vidi il sangue uscire pensai “Cazzo, il sangue!”, ridotto in quel modo dovevo dare delle spiegazioni a mio padre che sicuramente mi avrebbe chiesto qualcosa. Nei giorni precedenti avevo anche immaginato quello che poi è avvenuto, ma non pensavo che il mio primo pensiero dopo gli schiaffi potesse essere mio padre e le spiegazioni che gli dovevo dare.

Notai la faccia terrorizzata di tutti quelli che mi stavano attorno, probabilmente avevo il naso storto pensai.

In quel momento decisi di restare immobile, quello che doveva succedere era successo quindi non mi conveniva apportare ulteriori squilibri e rischiare di continuare a prenderle. I colpi erano stati veramente forti, ma là per là, non accusavo nessun dolore.

“Vuoi fà l’omm, ma faccia e faccia ti cachi sotto” disse Alfonsino, poi montò sul motorino e se ne andò ridendo con i ragazzi più grandi.

Io rimasi immobile, ma quelli che mi stavano attorno erano pietrificati. Li guardai in faccia uno a uno, sputai a terra saliva e sangue, poi chiesi se avevo il naso storto. Mi dissero di no. Riuscii a sciacquarmi la faccia e a levare via il sangue. Pensai che potevo approfittare di quel momento per cambiarmi la maglia insanguinata dal momento che a casa non c’era nessuno. Così feci. Misi la maglia in lavatrice e ne presi subito un’altra. Rimasi a torso nudo a guardare quella maglia pulita e poi fu un attimo: scoppiai a piangere. Piangevo forte e mentre lo facevo mi venivano in mente tutte le facce, tutte le parole e tutte le strade del quartiere. Mi avvicinai al balcone dimenticando completamente le mie vertigini, avevo bisogno di vedere il campo dove avvenivano le nostre partite e dove Ciruzzo era morto per dimostrare a tutti che era uomo.

Non riuscivo a fermarmi, ripetevo “Non è giusto” in continuazione alternando quella frase ai singhiozzi di pianto, lo dissi almeno una ventina di volte. Pensai che sarebbe andata all’infinito quella cantilena, ma non fu così. Mi fermai all’improvviso con la faccia gonfia e dolorante, sbalordito dal fatto che le vertigini mi avevano abbandonato. Io all’epoca non lo sapevo, ma qualcosa dentro di me era cambiato.

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