Alle diciotto circa ci riunivamo sul muro del cancello che dava sul campo.

Ricordo che all’epoca i miei amici sembravano tutti diversi: c’era quello bravo a giocare e la schiappa, quello forte e quello che non si reggeva in piedi, quello bravo tecnicamente e quello a cui, invece, interessava solo correre veloce. Cazzo quanto era veloce. Ora, a ricordarli tutti, per come erano fatti, però, mi sembrano tutti uguali, me compreso: minuscoli scompigliati, con le maglie sudate, che gridavano sempre un po’ troppo.

Avevo più o meno dodici anni quando quelli un pochino più grandi cominciarono a fumare, tradendo lo stile del perfetto sportivo che fino a quel momento li aveva contraddistinti. Lo stile dello sportivo contraddistingueva tutti i ragazzi del mio quartiere. Lo dico con sicurezza perché molti dei miei compagni di classe, che abitavano in altre zone, non uscivano così spesso di casa per prendere a calci un pallone.

Dalle mie parti avevano tutti una, chiamiamola, forte vitalità che non è solo la classica caratteristica associata ai ragazzini per via dell’età; noi eravamo veramente molto allenati fisicamente. Se penso alle mie prestazione, che a quei tempi mi sembravano cose normali da fare, mi viene da piangere. Io, in questo gruppo di “sportivi da strada”, rientravo nella categoria di quelli normali anche se all’epoca sentivo di avere qualcosa in più. In realtà, chi aveva “qualcosa in più” erano i ragazzi riconosciuti dal gruppo per qualche dote particolare. Generalmente questi riconoscimenti venivano riservati solo ai ragazzi più grandi. Non c’erano nomination, nel mio quartiere c’erano solo campioni già affermati: il più bravo a impennare sul motorino, il tiro più forte a calcio, il cazzo più lungo etc.

Avevamo anche gli acrobati. Pietro, uno dei più grandi, era capace di saltare dal primo piano della scuola senza farsi male; cioè avete capito a che livelli stiamo? Roba da circo, gesta che venivano raccontate e tramandate, ingigantite e che alla fine assumevano le sfumature delle leggende.

Alle diciotto circa era l’orario in cui le nostre interminabili partite finivano, ma non finiva la giornata. Si parlava, ci si prendeva in giro, ma sempre tutti insieme e se qualcuno mancava, un fatto lo veniva a sapere comunque il giorno dopo. Certi episodi venivano ripetutamente raccontati, perché facevano morire dal ridere o perché destavano stupore; per questo motivo avevamo una memoria comune.

Tutti sapevano di tutti.

Un giorno Alfonsino, (non vi fate ingannare dal diminutivo perché Alfonsino era alto e grosso) venne tutto acchittato per la sera, i capelli gelatinati, insomma ci fece sentire un po’ miserabili con le nostre scarpe da ginnastica e le maglie zuppe di sudore. Sembrava che stesse per andare in qualche discoteca pomeridiana o qualcosa del genere.

Quando arrivava qualcuno più grande, noi che eravamo più piccoli facevamo a gara per stare al centro dell’attenzione per essere notati anche se continuavamo a parlare tra di noi. Quella sera Alfonsino arrivò e si mise là ad ascoltare le cazzate che dicevamo. Non mi ricordo bene come, ma i nostri discorsi finirono sulle birre. Ognuno diceva la sua e Alfonsino stava ad ascoltarci, con i suoi capelli gelatinati che non si erano mossi di un centimetro.

“Mio padre beve una birra tutta nera…Ah, se per questo mio cugino beve una birra tedesca…Mio fratello una volta si è bevuto dieci birre”, era un condensato di stupore per nuove cose, cazzate e fatti alterati dalla nostra immaginazione.

“Mio padre riesce a bere una Peroni grande in un solo sorso” disse così Ciruzzo, il più piccolo e bersagliato del gruppo. Scatenò le risate di tutti quanti visto che all’epoca bere una Peroni grande in un solo sorso sembrava una stronzata spaziale. Tutti ridevano tranne Alfonsino che si accese una sigaretta e si avvicinò al gruppo, “Embé” esclamò “A bere una Peroni intera in un solo sorso ce la faccio pure io, che ti credi”

Ciruzzo, ve l’ho detto, era il più bersagliato del gruppo e aveva bisogno di una sorta di rivincita per uscire fuori da quella “posizione sociale”, per questo si andava a prendere delle sfide, di tanto in tanto, che non si poteva permettere, era più forte di lui. “Alfo’, che strunzata! Tu non ne bevi nemmeno metà in un solo sorso” disse proprio così Ciruzzo.

Ad Alfonso, non so ben come, gli scese un ciuffo sulla fronte che si aggiustò con la stessa mano con cui reggeva la sigaretta.

 “Strunzillo, prima cosa porta rispetto quando parli. Secondo, che ti vuo’ juca’ che mi bevo la Peroni in un solo sorso?

“Per me, nun ce la fai Alfo’

“Staremo a vedere, prendi ‘sti soldi, vai al bar e porta una Peroni grande”. Disse così Alfonso e Ciruzzo eseguì.

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