L’idea per scrivere un racconto arrivò più o meno così.

Ero a Napoli, era un pomeriggio e stavo aspettando che si facessero le sei per entrare. Mi trovavo in una chiesa sconsacrata adibita a teatro per l’occasione, anche se sarebbe meglio dire che, in quell’occasione, avrebbero fatto uno spettacolo teatrale in quella chiesa sconsacrata.

A Napoli è così, chi ci vive e chi la vive sa che in questa città le persone fanno “dell’arrangiarsi” un’arte, basta passeggiare per i mercati o per le strade per scoprire cosa si inventa la gente per vivere. Ero fuori, dicevo, ero fuori e aspettavo di entrare. Sapevo di aver ancora tempo per una sigaretta perché avevo sentito che dovevano arrivare altre cinque persone. Appoggiai il tabacco nella cartina per rullare il tutto e pensai a quante volte mi ero dovuto arrangiare io. Ero pessimista in quel momento, lo ammetto; chiesi a me stesso “Per quale motivo non mi era andato tutto un po’ più facile nella vita?”

Anche dove stavo per entrare si faceva quel che si poteva. Un paio di luci, attori in scena con i vestiti usati, pubblico seduto a terra. Si stavano arrangiando, dietro quel lavoro non c’era nessuna produzione importante quindi pochi soldi, ma nonostante tutto, cazzo, nonostante tutto uscì fuori uno spettacolo stratosferico.

Tutto quello che avevo visto e sentito in quella chiesa mi aveva dimostrato, ancora una volta, di quello che è capace l’uomo.

Quelle “teste di cazzo” erano andate in scena con niente, solo con il duro lavoro che c’era stato dietro la costruzione di quello spettacolo e mi avevano scatenato un uragano di emozioni dentro.

Una volta, prima di un suo spettacolo, Mimmo Borrelli disse “Il teatro non è capire, ma è sentire”; be’ credo che quel pomeriggio io abbia sentito tutta la forza e le energie positive che quei ragazzi avevano dato andando in scena.

Uscii fuori, mi rullai un’altra sigaretta ed ero carico come una molla pronta a scattare. Pensavo: “Quanto è bravo chi riesce senza avere i mezzi? Quanto è straordinario chi arriva nonostante tutto?

Osservare Napoli con la carica del teatro dentro diventa un viaggio!

Non sto esagerando, diventa un viaggio vero e proprio. Il barista con la battuta pronta, la tazzina bollente, la sfogliatella, la signora che urla troppo e il signore che si incanta davanti a un vicoletto, il mare e i turisti, il conservatorio e gli artisti; tutto e tutti assumono più connotazioni.

Avevo l’impressione che ogni cosa si mischiasse formando nuove forme, anche le persone che conducevano vite completamente opposte mi davano questa sensazione.

In quel periodo a Napoli si sparava come nel far west di Sergio Leone tra Forcella e la Sanità e con le “stese” nel centro la città sembrava il set dei Guerrieri della notte. Il paragone drammatico che mi venne su due piedi fu che tutti quegli eventi sembravano rappresentare una sceneggiata a cielo aperto.

Sorrisi e mi venne in mente un altro spettacolo visto qualche tempo prima in cui gli attori dovevano fare “boom” con la bocca per far capire che stavano sparando. Sorrisi perché sembrava uno scherzo sadico in cui attori e gente e miezz ‘a via inconsapevolmente sembravano imitarsi gli uni con gli altri.

Fu così, in mezzo a tutto questo miscuglio creatosi nella mia mente, che nacque un’idea per un racconto, in cui i personaggi avevano i nomi e le caratteristiche dei protagonisti, già esistenti, delle favole e dei racconti che si mischiavano ai nomi e le caratteristiche della gente vera di Napoli: Topolino il barista, Pinocchio il meccanico e così via.

Mi sembrava una scorciatoia scrivere di personaggi che avevano delle caratteristiche, già di per sé, note nell’immaginario comune: se scrivo che il figlio di Maria si chiama Pinocchio si capisce bene che questo ragazzo non fa della sincerità una delle sue caratteristiche più spiccate, no? A me spettava il solo compito di mettere insieme questi personaggi alla meglio. Di arrangiarli, un po’ come si usa fare a Napoli. L’idea mi divertiva molto.

Mi accesi un’altra sigaretta e chiesi a me stesso, di nuovo, quante volte mi ero dovuto arrangiare.

Arrivai alla conclusione che in fondo non mi era andata così male, non tanto per quello che la vita mi aveva dato o tolto fino a quel momento. Credo che quella strana sensazione di equilibrio rispetto alla parola arrangiare derivasse proprio dall’accezione che gli stavo dando in quel momento.

Arrangiare mi sembrava una bella parola, piena di forza, era figlia della città. Quel termine mi faceva venire in mente tutte le persone che, cariche delle proprie forze e della propria dignità, ce la fanno “nonostante tutto”. Forse, dico forse, il modo di vedere il significato di una parola in una maniera così positiva era influenzato dalla felicità che provavo per la nascita dell’idea di un nuovo racconto. Forse.

Potrei mettermi e cercare mille motivazioni che scaturivano quell’euforia.

Ma a cosa serve spiegare una magia quando puoi anche solo viverla o, al massimo, raccontarla?

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