Immaginate un paesino del centro Italia, uno di quelli non troppo lontani da una grande città.

Immaginate gli abitanti di questo paesino, dove tutti sanno di tutti. Si muovono, parlano e mangiano sempre allo stesso modo. I sensi di marcia vengono cambiati ogni cinque anni, ma questa più che un’esigenza di viabilità sembra essere un modo per sfuggire agli eventi che, seppur intervallandosi, non sfuggono alla loro natura: piatta. Immaginate il cimitero di questo paesino, anzi immaginate l’esterno del cimitero e la luce gialla, quella che genera l’estate inoltrata nelle prime ore del pomeriggio, calda e terribilmente afosa.

Ecco è proprio qui, fuori al cimitero di questo paesino del centro Italia, all’interno di una Renault 4 che si trovano Carlo e Renato, due ragazzi dediti ai piccoli furti e alla contemplazione del tempo, che scorre inesorabile, nei momenti in cui consumano eroina.

La macchina è ferma sotto a un albero in modo da sfruttare l’ombra e al posto guida c’è Carlo, visibilmente contrariato rispetto alla decisione presa da Renato di entrare nel cimitero, nonostante questo fosse chiuso.

-Fammi capì Renati’, noi ci facciamo di eroina, rubiamo in questo cazzo di paese di merda e nessuno si è mai accorto di un cazzo di niente e tu proprio oggi, in questo preciso istante, che abbiamo pure i “ferri” in macchina, hai deciso che devi entrare in questo cazzo di cimitero?

– Ti ho detto che devo entrare, dieci minuti-

-Sì questo l’ho capito devi entrare, ma io non vorrei entrare in galera. Che dici secondo te due uomini fermi in macchina, a quest’ora del pomeriggio, potrebbero dar nell’occhio a qualche sbirro che si trova a passare da queste parti?

Renato restava in silenzio, fumava e guardava davanti a sé, con gli occhi rossi di Carlo puntati addosso. Nelle due ore precedenti si erano fumati due canne stratosferiche nonostante il caldo tenace, ma per loro questo non era un problema. A far da padrone c’erano rispettabili carriere da tossici che consentivano al loro fisico di consumare questo rito in qualsiasi condizione climatica.

Prima delle rapine

Prima delle rapine i cerimoniali a base di droghe erano consuetudine. I due amici tiravano cocaina. Tre mesi prima, però, in comune accordo, avevano deciso che nelle ore che precedevano il “lavoro” si sarebbero fumate solo canne. La decisione era stata maturata dopo che Carlo, durante una rapina, aveva spaccato la testa a un uomo sulla cinquantina, con il calcio della pistola. Durante la fuga in macchina i due si erano urlati addosso a vicenda, –Gli hai spaccato la testa, non si muoveva più- e l’altro –E che dovevo fare, non vedevi che voleva fare lo spavaldo-.

 Il giorno dopo l’accaduto, Renato era al bar e aveva letto sul giornale la notizia: Uomo finito in coma durante la rapina. Si cercano i malviventi.

– Carlo, quel tizio di ieri è in coma, capisci?

– Renati’ dobbiamo parlare sempre delle stesse cose, ora cominci di nuovo?

Litigarono a lungo su quel fatto, proprio dietro al bar, si abbaiarono addosso come cani. Quando si calmarono giunsero alla conclusione che avrebbero tirato cocaina solo dopo le rapine. “Al massimo, prima di partire, ci facciamo una canna, così andiamo pure più rilassati” si dissero.

Capitava spesso che quel ricordo passasse per la testa di Renato. Di tanto in tanto si chiedeva se, a questa cosa, ci pensava pure Carlo.

-Ti ricordi del tizio a cui spaccasti la testa?

-Quella testa di cazzo, se non si fosse impostato in quel modo si sarebbe risparmiato il coma e io non avrei buttato la camicia nuova. Che testa di cazzo, la camicia piena di sangue!

-Sai che fine ha fatto quel tizio? E se fosse morto?

Carlo non lo sapeva e non sembrava molto interessato alle condizioni fisiche di quell’uomo. Non ci aveva mai pensato. Il giornale non lo leggeva mai, quindi, per quanto ne sapesse, quel tizio poteva essere pure all’altro mondo.

-Renatì, se quella persona è morta significa che era scritto così.

Ma vi stavo raccontando di quel caldo pomeriggio.

Carlo cominciò a diventare veramente impaziente, c’era una rapina da fare e non si poteva perdere ulteriore tempo. Fino ad allora i due riuscivano a fare una sola rapina durante la giornata di lavoro, nonostante fossero arrivati da tempo alla conclusione che se ne dovessero fare almeno tre. Concentrare più lavoro in una sola giornata avrebbe consentito ai due di guadagnare di più. Ultimamente questa era l’ossessione di Carlo, guadagnare di più, mettere da parte un po’ di soldi. Per lui, però, “risparmiare” era una missione molto difficile. Carlo aveva qualche vizio costoso. Due sere prima, ad esempio, c’era stato un droga-party gentilmente offerto da lui. La location era stata la casa di due ragazze che scopavano tranquillamente se gli offrivi un paio di botte, ma Carlo aveva deciso di fare le cose in grande.

-Sono o non sono un signore? – continuava a dire Carlo al cospetto delle ragazze e della sua montagna di cocaina. Al pensiero di quella serata gli salì un’euforia feroce. Gli venne una voglia irrefrenabile di farsi.

-Vuoi entrare nel cimitero? Bene, andiamo vengo anche io.

Renato non capiva bene cosa stesse succedendo. Fino a qualche istante prima Carlo continuava a mettergli fretta e ora addirittura si offriva di accompagnarlo in un cimitero, peraltro chiuso. Saltò su per i cancelli e in un batter d’occhio si trovò in quel camposanto infernale. Carlo era rimasto in macchina per qualche secondo a sistemare qualcosa, poi scavalcò anche lui.

-Hai preso i ferri? – chiese Renato

-Ho preso i ferri e qualche altra cosa.

-Vuoi sapere dove stiamo andando?

-Me lo dici dopo Renatì, gira dietro questa cappella che ci facciamo un giro.

Carlo aveva portato con sé tutto quello che serviva per farsi di eroina e non ci mise molto a convincere Renato a fare quella piccola pausa. Ora erano più chiare le motivazioni per le quali l’amico aveva deciso di accompagnare Renato nel cimitero. Ormai quella giornata aveva preso quella piega e quindi vaffanculo alle rapine se la prospettiva era di farsi. Era pure estate cazzo, una giornata di ferie ci stava!

Vivere tutto tranne il presente

Da bambini, a Carlo e Renato, al mare non ce li portava nessuno. Ma loro non si perdevano d’animo e si divertivano a catturare cavallette nelle campagne attorno alla  città. Quando Renato si faceva di eroina la maggior parte dei viaggi si svolgevano nei ricordi dell’infanzia, bastava una parola collegata a un fatto e il proiettore dei ricordi si accendeva. Carlo invece immaginava il futuro e fantasticava su tutto quello che avrebbe fatto se avesse avuto i soldi per comprare quella macchina oppure quella casa.

L’eroina tra tutte le droghe era sicuramente la migliore, la preferita di entrambi. Si viaggiava nel tempo con quella roba: passato, futuro. La complicazione dell’eroina stava nel perdere la cognizione dell’unico tempo che doveva essere necessariamente vissuto: il presente.

Una volta Carlo e Renato si fecero ininterrottamente per due giorni, mangiando una quantità di cibo che avrebbe sfamato, al massimo, un canarino. Successe anche quel pomeriggio, anche se potremmo parlare tranquillamente di notte dal momento che tornarono dal “viaggio” dopo dieci ore. Si svegliarono quasi contemporaneamente, Renato completamente sdraiato a terra e Carlo appoggiato con le spalle al muro della cappella, con una sigaretta spenta tra le dita.

-Cristo che botta, che botta! -disse Renato.

Si alzarono a fatica cercando di raggiungere l’uscita del cimitero. Attorno ai due fantasmi le luci dei loculi con i morti dentro. Un miracolo fece sì che i soci potessero trovare la forza per scavalcare il cancello. La macchina era ancora là. Una volta a bordo Carlo si accorse di avere la pistola ancora infilata nei jeans.

–Bella rapina oggi- disse.

Renato recepì tutto il sarcasmo di quelle parole, ma non riuscì a fare di meglio che una smorfia di sufficienza per consolare il compagno.

Cominciarono a girare in quella città dalla quale non uscivano quasi mai. Sempre gli stessi muri, sempre la stessa gente, sempre loro due.

Renato in silenzio si sentiva quasi soffocare, Carlo provava un senso di frustrazione.

-Se oggi non ti fossi imballato davanti a quel cimitero adesso avremmo sicuro dei soldi in tasca.

-Se non ti fosse venuta l’idea di farci, volevi dire.

-Vuoi vedere che la colpa è mia ora. Che poi che cazzo dovevi fare in quel cimitero, dimmelo!

Renato se ne stava lì seduto, sul lato passeggero e fumava.

-No, dimmelo per favore, dimmelo – incalzava Carlo sempre più nervoso.

-Vaffanculo, ok? Cosa vuoi che ti dica? Volevo entrarci in quel cimitero. Volevo farlo e ora non mi ricordo più il motivo perché ci siamo fatti!

-Voglio sapere cosa c’era di così importante da far rimandare una rapina.

-La rapina non è stata rimandata per questo, non confondere sempre le cose! Poi, fammi capire, ti interessa veramente sapere cosa mi spingeva ad entrare in un cimitero?

-Ma cosa vuoi che confonda.

-No, spiegami questa cosa. Ti interessa sapere veramente cosa penso, cosa provo, cosa mi piace…

-La fessa- rispose Carlo sbadigliando.

Renato si girò a guardare la strada che scorreva davanti a lui. Cosa era diventata quell’amicizia? Non erano un granché nemmeno come soci rapinatori. Stava male perché pensava che Carlo, il suo amico di sempre, non si interessava praticamente su nulla che lo riguardasse. Il fatto ancor più doloroso era che “cosa provasse”, Renato, non lo sapeva più nemmeno lui.

I due rimasero in silenzio per un po’. Nelle teste di entrambi girava tutto a mille, centinaia di pensieri confusi. La loro memoria comune partiva dall’ infanzia con i ricordi pieni di spensieratezza ed arrivava fino a quei giorni di merda: rapine, droghe, persone forse ammazzate. Già, quella vita era proprio una merda. Si facevano compagnia perché entrambi non avevano niente. Il loro rapporto era dedito alla coltivazione del niente. Andavano avanti per inerzia convinti di potersi reggere sui valori dell’amicizia adolescenziale, ma si sbagliavano. Il motivo? Erano cambiati e non avevano i mezzi, che si acquisiscono durante la crescita, per riconoscere se stessi. Non sapevano chi erano e, di conseguenza, non sapevano esprimere cosa volessero a chi gli stava di fronte. Le loro entità erano annullate dalla convinzione che non ci fosse un altro modo per vivere quel rapporto.

Carlo e Renato si volevano bene, ma insieme non si facevano bene.

Carlo fermò la macchina vicino a una vallata, in prossimità della stessa campagna nella quale da bambini andavano a catturare le cavallette. Doveva pisciare. Renato scese dalla macchina dopo di lui –Devo pisciare anche io – disse, provocando una leggera eco. Così si posizionarono uno a fianco all’altro, pronti per urinare, con lo sguardo verso l’infinito.

-Ooooooohhhh – urlò Carlo provocando un’ eco nella vallata.

-Oooohhh – fece Renato e poi ancora Carlo e ancora Renato. Quella città dove non succedeva niente dormiva, mentre il ritorno di quelle voci rimbombava più a lungo di quello che si sarebbe potuto immaginare. Può sembrare bizzarro ma durante quell’alba, la vallata restituiva l’eco dei due allo stesso modo di come avrebbe fatto se in quel posto ci fossero state tante altre persone ad urlare, ognuna con la loro propria voce.

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