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Preambolo

Io non so vestirmi o per lo meno non so farlo più.

Oddio se qualcuno leggesse queste righe, senza avermi mai visto, penserebbe che sia solito uscire con il pigiama. Non è così. “Io non so vestirmi o per lo meno non so farlo più” si riferisce al piacere dei vent’anni, qualche anno in più qualche anno meno, anni in cui entravo nei negozi e già sapevo di che vestirmi. Compravi quella camicia che assomigliava alla camicia di quel cantante oppure quei jeans, quei jeans proprio, quelli che avevi visto addosso a qualcun altro.

Io quel piacere là, oggi, anzi da qualche anno a questa parte, lo provo raramente. Non venitemi a dire che il fatto che raramente entro nei negozi per comprare vestiti, il che è vero, sia la causa di questo piacere svanito nel nulla perché la causa risiede altrove.  Io non so vestirmi perché non ho scelta, già lo dico ad alta voce mentre sento le risate di chi mi ascolta e consapevole del paradosso che si crea dicendo queste parole rispetto al fatto che nei negozi, oggi, trovi tutto. Ma è quel “tutto” che mi sbatte in fronte, forte, perché quel “tutto” è tutto uguale e, quindi, non mi lascia scelta.

Me lo sono chiesto diverse volte “Ma come posso fare a rendermi unico”, vorrei avere un profumo che sia solo il mio, una maglia che sia solo la mia, delle scarpe che siano solo mie. Certo che rispetto chi intravede una forma di egocentrismo dietro questi bizzarri pensieri, qualcuno potrebbe dire “Quel tipo strano vuole tutto per sé, non vuole condividere niente”, ma permettetemi di spiegare: dietro questa osservazione c’è tanta voglia di essere identificato. Io vorrei essere sempre originale. Non mi importa di piacere o no a tutti, ciò che mi preme è la sicurezza di essere sempre riconosciuto.

Fine preambolo

Ecco ora, se devo fermarmi e rileggere tutto quello che ho scritto fino a questo punto mi rendo conto che queste parole son figlie di un flusso di coscienza più che un ragionamento. Ho provato a scrivere così, come si suol dire “di getto”.

Sicuramente, almeno nelle mie intenzioni, i vestiti erano un modo, diciamo “allegorico”, di rappresentare le sensazioni che provo alla mia età rispetto a come comunico con la gente. Quindici anni fa provavo piacere in tutte le interazioni sociali, oggi, solo con quelle che reputo interessanti.

Rispetto al fatto di essere riconosciuto, beh, questo è un desiderio che nasce per via di una cosa che mi ha sempre destabilizzato; mi riferisco alla comunicazione e il corto circuito che accade in essa, non tanto tra gli sconosciuti, ma tra le persone che si vogliono bene.

Vi è mai capitato di non essere in sintonia con una persona a cui tenete? Moglie, marito, fidanzati, amici, genitori, figli, siete là a discutere animatamente su questioni di facile risoluzione come se si trattasse delle sorti del mondo.

Nella vita, mi sembra di aver capito, qualche volta l’uomo si evolve e, ahimè, qualche volta involve. Quando questa metamorfosi accade a noi, pretendiamo che tutti ci debbano capire e lo pretendiamo anche quando siamo nella fase in cui non ci capiamo nemmeno da soli. Al contrario quando sono gli altri che cambiano, istintivamente ci viene da dire “Ma questo chi è?”, non lo riconosciamo più. Quando attraversiamo un periodo particolarmente delicato, siamo spesso nervosi e, moltissime volte, la reazione istintiva è la necessità di sentire che stiamo facendo bene, abbiamo bisogno di aver ragione.

Il guaio nasce quando questo bisogno lo estendiamo a tutte le argomentazioni che si presentano durante la giornata. Urliamo, vogliamo fortemente aver ragione e non ci rendiamo conto che chi vuole fortemente una cosa è perché quella cosa, probabilmente, non ce l’ha.

Chi subisce questo, fateci caso, come reagisce? Urlando, è normale, la miglior difesa è l’attacco. Così parecchie volte si litiga e si finisce a discutere di cose che non c’entrano nemmeno con l’argomento iniziale.

Subire attacchi

Quando subiamo degli attacchi da chi ci vuole bene, pensiamo a difenderci perché non lo riconosciamo, in quell’istante è uno sconosciuto e, di conseguenza, non riconosciamo la debolezza che in quel momento lo rende fragile.

Ecco io per questo vorrei per me e per tutti degli abiti originali: per non incorrere nel pericolo di non riconoscere o non essere riconosciuto in certe situazioni, diciamo delicate.

Fateci caso: ogni volta che abbiamo avuto discussioni con le persone a cui vogliamo bene e abbiamo ricercato la causa nella ragione siamo finiti, quasi sempre, nelle incomprensioni.

A mio avviso, per ripararci dall’incomunicabilità, possiamo solo liberarci del giudizio e vestire di sincerità e fiducia negli altri, gli unici atteggiamenti che ci renderanno sempre riconoscibili.

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