Ascolta “Tema, genere e lavoro controvoglia” su Spreaker.

Pensiero della mattina

Questa mattina (erano le sei) i miei occhi si sono aperti, ma calcolando che non dovevo andare a lavoro ho convenuto con il mio corpo che era troppo presto per alzarmi. Ho deciso di mettermi alla ricerca di una posizione più adeguata per conciliare di nuovo il sonno e sfruttare ancora qualche ora del giorno di ferie, ma niente. Il mio cervello aveva deciso di mettersi in moto. Mi sono venuti in mente i programmi di cucina degli ultimi anni, quelli che riscuotono successo. “Il classico pensiero mattutino” ho pensato, milioni di persone preferiscono mettersi a pensare a questo tipo di cose al posto di dormire. Quando sono arrivato alla conclusione che non era la fame a farmi fare questo tipo di pensieri, ma solo la mia mente contorta, mi sono sentito stranamente sollevato e ho accettato la realtà: “Per stanotte hai finito di dormire”.

Tanto vale continuare a pensare

Tanto vale continuare a pensare mi sono detto, anche perché non avevo scelta.

Così ho cominciato ad intrecciare una serie di pensieri, nello specifico, sul come ognuno, nel proprio lavoro, potrebbe prendere spunto dagli chef di quei programmi, che negli ultimi anni vengono considerati degli autentici artisti. Cosa succederebbe se ognuno mettesse il suo personalissimo tocco artistico nel proprio lavoro?

Potremmo trovare, ad esempio, lungo la strada una Sfinge di cartacce creata dal netturbino di zona; trovare ai forni panini con le forme del Tetris; farmacisti che eseguono un passo di danza prima di dispensare farmaci. Un mondo di aziende fallite in pratica. Ma che razza di cose ti metti a pensare, mi sono detto, ho appoggiato la testa sull’altra parte del cuscino cercando di far rallentare il cervello e mi sono accorto che quei pensieri erano ancora là, mi bussavano sulla spalla come per dirmi “Hey, noi siamo ancora qua”.

La realtà è che i miei pensieri erano rivolti a tutti i lavoratori dannati che a un certo punto della loro vita si accorgono di svolgere il proprio lavoro contro voglia. In quel gruppo ci sono capitato qualche volta anche io. Così dal momento che mi sentivo in dovere di salvare il mondo da questo male ho cercato di elaborare una teoria che salvasse questi “lavoratori dannati” escludendo da questa analisi gli scansafatiche. Per loro non c’è rimedio. Per sciogliere questo nodo ho preso spunto da due regole della scrittura. In realtà più che regole si tratta di due scelte che chiunque scrive una storia o una sceneggiatura deve assolutamente fare. Queste sono il tema e il genere.

Breve nozione.

Il tema, in un racconto, è quello di cui si vuol parlare, il nocciolo, la morale di una storia. Generalmente quando si vuol parlare di più temi si finisce per non raccontare nulla. Ci possono essere più sotto temi in una storia, ma in genere per non perdere la bussola uno scrittore non dovrebbe mai perdere di vista il tema principale.

Il genere, invece, è il mezzo che si utilizza per raccontare il tema. Ragionando per estremi si potrebbe raccontare il tema dell’amore attraverso il genere poliziesco.

Così, mentre mi rigiravo tra le coperte, mi è piaciuto associare il lavoro al genere e ciò che siamo al tema.

Ora una persona può soffrire sul suo lavoro per diversi motivi, ma non mi sembra il caso di affrontarli tutti, quindi per spiegare questa sensazionale teoria mi limiterò all’esemplificazione del creativo che svolge un lavoro in cui non può esprimere la sua creatività. Cosa fa, si licenzia? No, c’è troppa crisi. Soffre all’infinito? No, meglio essere felici più che scontenti nella vita.

E allora che fa questo pover’ uomo? Mi chiedo, ma se queste persone, invece delle incazzature, vedessero la propria vita come un romanzo e il proprio lavoro come un genere di questo romanzo, che fa solamente da sfondo al tema principale della storia non sarebbe meglio? E il tema di questa storia? Beh, il tema, la morale, il nocciolo di questo romanzo, che poi è la nostra vita, siamo noi.

Dobbiamo solamente essere attenti a farlo venire fuori il nostro essere Noi, ma non è detto che questo accada attraverso il nostro lavoro, magari accadrà, chi lo sa?

Beato chi riesce ad esprimersi attraverso il suo lavoro mi dirà qualcuno, sì sicuramente rispondo io. Ma che vogliamo fare? Concentrarci sulla storia di qualcun altro? Secondo me è più importante la nostra di storia. Così, dico, si avrebbe un’altra visuale? Per me sì e non si tratta di accontentarsi, ma di vedere il lato positivo, quello giusto.

Quindi, mentre lo dico a voi, lo dico anche a me: non torturate il rapporto con il vostro lavoro, si tratta di un genere. Tenete, più che altro, a mente la cosa più importante: ciò che siete.

Sarà il tema del racconto della vostra vita.

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