Sono a casa, è domenica pomeriggio e piove.

Da circa una settimana sto cercando di concentrarmi sul contenuto del prossimo articolo ed è circa una settimana che accantono serie infinite di idee. La scena di me che, in maniera fallimentare, tenta di scrivere assume degli sviluppi sempre diversi in queste fasi. Provo a mettere insieme qualche parola e finisco per: fumare una sigaretta dietro l’altra, pianificare un viaggio, vedere un film, addormentarmi (già, questo mi capita quando decido di mettermi a scrivere dopo tre whisky).

“Niente paura”, da qualche tempo mi ripeto queste parole. Ho capito che questi deserti di frasi sono normali e anticipano semplicemente la fase di creazione, forse ne sono parte essi stessi. Questa consapevolezza mi fa vivere le battute di arresto con più serenità; sarà per questo che una domanda del tipo “Ma tu, a questo blog che forma gli vuoi dare?”, che in questa settimana mi sono fatto più volte non mi ha fatto sprofondare nella crisi più profonda.

A proposito della forma.

La forma nelle cose di tutti i giorni, nelle nostre relazioni, ha un’importanza stratosferica. Prendiamo ad esempio la forma dei nostri comportamenti. Con questa comunichiamo chi siamo o chi vogliamo essere, parliamo di noi. I giapponesi, ad esempio, fanno dei rutti a tavola e in quella forma comunicano di aver gradito. Arigatò.

A volte capita di sentirsi in conflitto con il mondo, tutto ci sembra banale e scontato. Capita anche di non sentirsi capiti abbastanza, questa sensazione ci isola e, moltissime volte, allontana la domanda che dovremmo farci e che, in molti casi, è la soluzione: “Che forma mi sono dato? Cosa sto comunicando?”.

Questo discorso, naturalmente, lascia il tempo che trova quando capita di parlare con le persone che ci conoscono bene con le quali possiamo mostrare il solo barlume di noi stessi per essere capiti.

Ci sono anche dei momenti della vita in cui abbiamo bisogno di darci una nuova forma.

Questo capita quando dentro di noi nascono delle nuove esigenze e noi decidiamo di ascoltarle. Quando questo accade traghettiamo il nostro comportamento in una direzione decisamente diversa rispetto al nostro solito. Sembriamo sconosciuti davanti agli occhi di chi ci conosce, siamo osservati da occhi straniti ed è normale perché siamo inconsueti. In quella fase stiamo cercando un “nostro nuovo noi” che non è ancora naturale.

Quando parlo in radio, ad esempio, cerco di ricordare le regole della dizione per non far sanguinare le orecchie a chi mi ascolta. Prestare attenzione agli accenti, però, significa tralasciare me stesso e risultare artefatto, ma questa è una fase necessaria in attesa della mia “nuova forma”. Spero arrivi presto.

Cosa succede quando è la vita che ci impone di cambiare forma, quando il nostro business non è così florido come un tempo, oppure il nostro lavoro non dà i risultati sperati o, peggio ancora, lo perdiamo?

In tutta onestà non lo so, quindi se vi trovate in questa situazione posso solo augurarvi in bocca al lupo.

Alcune volte, però, crediamo di vivere delle situazioni più complicate di quelle che in realtà sono. Crediamo di dover cambiare forma e ci ritroviamo a complicarci la vita da soli.

A proposito di questo vi voglio raccontare di una storia che mi è capitata quando ero alle scuole superiori. Mi mancava un anno al diploma e io all’epoca ero un ragazzo che si era un po’ rotto le palle di tutti i professori, di tutti i compagni e trovava tutto quello che osservava davvero poco interessante, ma l’aspetto più rilevante, cioè quello che proprio faceva la differenza era che ero una testa di cazzo! Decisi di lasciare la scuola, già avete capito bene, abbandonai tutto a un anno dal diploma e partii per fare il militare.

Ricordo che l’unica cosa che mi interessava in quel periodo era trovare un lavoro che mi rendesse indipendente. Pensai che la carriera militare potesse darmi qualche sbocco e così decisi di entrare in quel mood fin da subito. Quindi cominciai a pulirmi gli anfibi tutti i giorni, a rasarmi i capelli ogni settimana e a eseguire gli ordini (anche se non ne capivo il senso). Diventai un soldato modello e successivamente un soldato tipico.

Per chi non lo sapesse il soldato tipico è un essere vivente che si sveglia la mattina e già assomiglia a un pensionato che aspetta il suo turno nella posta di Catanzaro. Che poi io non ci sono mai stato a Catanzaro, ma tutti dicono che al sud non funziona niente e quindi ho pensato che là, per pagare la bolletta ci si impieghi una vita e alla fine un tizio, se impiega una vita per pagare una bolletta, si scoccia.

Oddio, se devo essere sincero non è che durante l’anno da militare mi sono proprio disintegrato le palle, anzi la vita fuori la caserma era pure divertente, ma immaginare di fare mio un lavoro in cui non trovavo un senso mi deprimeva. Finita quell’esperienza decisi che un senso lo dovevo trovare, soprattutto alla mia esistenza. Dovevo cominciare dalla scuola. Ci ritornai e conseguii il diploma. Feci la cosa più giusta in quel momento e da allora, ogni volta che sento di voler cambiare forma, mi chiedo più volte se sia strettamente necessario.

Quanto a questo blog, a dire il vero, non so ancora bene che forma prenderà.

Parecchie volte penso se sia il caso di collaborare nella scrittura con qualcun altro, oppure creare più sezioni all’interno del sito.

Per il momento posso dire di sentir forte un’esigenza, quella di raccontare. Forse di raccontarmi. Si dice che la felicità, la bellezza sia nel viaggio e non nella meta. Si dice anche

che tanti restano accecati dalla meta e non si rendono conto del viaggio. Io vado avanti pensando alla forma, anzi alle forme come necessarie. Le immagino e le aspetto come tante tappe che si evolvono, consapevolmente felice di questo mio viaggio e trepidante di percorrerle.

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