Ci allontanammo dalla casa di Hemingway e continuammo a passeggiare ancora un po’ tra le stradine secondarie: case di legno dai colori vivaci e galline. Già, le galline in quel posto sono onnipresenti. Non so se esista un simbolo di Key West, ma qualora ci fosse dovrebbe essere una gallina.

Raggiungemmo Mallory Square, la piazza da dove si può osservare il tramonto. Era piena di gente, artisti di strada, insomma una bella atmosfera. Decisi che era arrivato il momento per un drink, ma volevo farlo guardando il mare. Il dio dell’alcool mi fece individuare un chioschetto che preparava Mojito situato proprio in mezzo alla piazza. Il barman era un vecchietto che sorrideva a tutti i clienti. Sul banco alla sua destra c’era un cilindro di plastica trasparente pieno di dollari dove le persone, che man mano venivano servite, ci infilavano dei soldi. Pensai che fosse un buon metodo per farsi pagare, era igienico dato che l’old-barman manipolava gli alimenti. Pensai anche che il vecchietto prendeva per il culo tutte le persone che gli passavano davanti: diceva delle cose incomprensibili, credetemi quella lingua non era americano, doveva essere un dialetto tipico di Key West. Poteva permettersi di dire qualsiasi cosa, tanto non lo capiva nessuno. A parere mio succedevano delle situazioni tipo “Un Mojito per favore” e il vecchio “Certo, ecco a te testa di cazzo”. Il mio turno si avvicinava, volevo sfidarlo e cercare di capire cosa mi avrebbe detto; figuratevi io che non capisco bene nemmeno chi mi parla in inglese perfetto. Arrivai al banco con l’impeto tipico di Hemingway, dissi “Two Mojito, please” e il vecchio si mise all’opera.

Sorrisi a Sara facendole capire che ero felice e nel frattempo preparavo le banconote che sarebbero servite per pagare i Mojito. Le infilai nel cilindro e continuai a sorridere a Sara che nel frattempo aveva assunto un’espressione interdetta, mi disse “Non ti sembra un po’ troppo per una mancia?” . Il secondo dopo realizzai che del metodo di pagamento e del cilindro trasparente non ci avevo capito niente. Ne ebbi conferma nel momento in cui il vecchio si fece pagare allungando la mano piena di residui di lime; “Alla faccia del metodo igienico” pensai. Volevo fare qualcosa per recuperare quei soldi, ma era tardi ormai; in più il vecchio disse anche a me delle cose incomprensibili, capii solo “Thanks, next please”. Lo disse sorridendo.

“Ma sì, siamo in vacanza” dissi a me stesso, poi lo dissi anche a Sara con la voce un po’ rotta. Andammo a bere i nostri Mojito di fronte al tramonto, ma nei primi minuti di quello spettacolo nella mia testa c’era solo Il vecchio e il mare.

Il giorno dopo andammo in spiaggia e ci rimanemmo fino al tardo pomeriggio. Di ritorno, lungo la strada, cominciammo a notare che parecchie persone stavano barricando le finestre con delle tavole di legno.

Sara mi chiese se a parere mio non fosse un po’ anomala quella situazione e se per caso dovessimo cominciare a preoccuparci per l’arrivo di qualcosa. “Ma sì, sta per arrivare l’uragano” dissi io scherzando e con la voce da fantasma. Continuai a fare lo stupido per circa cinque metri, il tempo necessario affinché Sara mi facesse notare un cartello di un locale con su scritto CLOSED FOR HURRICANE.

 Non risi più e nemmeno Sara. Convenimmo sul fatto che dovevamo tornare in albergo dove qualcuno avrebbero trovato per noi una soluzione. In albergo trovammo un ciccione alla hall che non trovò una soluzione. L’unica cosa che continuava a ripeterci era che i turisti dovevano evacuare l’isola entro le dieci del giorno dopo, i residenti entro le sedici. Capii che stavo perdendo tempo con quel ciccione che probabilmente stava pensando alla sua cena più che al mio problema, così decisi di tornare in camera e risolvere tutto io.

“Non ti preoccupare dissi a Sara” vedendola un po’ impaurita. Effettivamente ero assolutamente convinto di trovare una soluzione. Non la trovai. Aeroporti chiusi, agenzie di noleggio senza auto, servizi bus spariti.

Quando Sara utilizzò la parola “viveri” anziché cibo per propormi di mangiare capii che ormai eravamo entrati in modalità sopravvissuti. Uscimmo in tarda sera per raggiungere il supermarket, comprammo i “viveri” e tornammo in albergo. In camera Sara si addormentò stremata dalla giornata di mare e dalla paura. Cominciai a contattare ambasciate, consolati, mi iscrissi alla sezione italiani nel mondo sul sito della Farnesina. L’unica risposta arrivò dall’Ambasciata di Miami che mi consigliava di aggiornarci al giorno dopo.

Il giorno dopo arrivò e l’ambasciata mi scrisse un nuovo messaggio in cui mi esortava a continuare la ricerca di un mezzo per il rientro e mi rassicurava sul fatto che, qualora non fossi riuscito, le autorità locali ci avrebbero sicuramente messo in sicurezza in qualche posto dell’isola. Pensai che eravamo finiti in un film horror: ma quella non era l’America che si vede nei film in cui tutti vengono salvati grazie ai soccorsi impeccabili? Tornai alla hall, dovevano assolutamente aiutarmi a risolvere il problema. Dietro al banco trovai il ciccione della sera prima, stava mangiando un panino pieno di salse ed erano appena le otto e trenta.

Accanto a lui fortunatamente c’era una sua collega a cui raccontai tutti i tentativi fatti per trovare un mezzo per tornare a Miami. Intanto cominciarono ad arrivare messaggi sui nostri telefoni dall’Italia da parte dei nostri amici che si volevano sincerare che non fossimo volati via con l’uragano che, intanto, era stato battezzato con il nome di Irma. I notiziari erano spietati: Il ciclone è grande quanto la Francia, Il più forte degli ultimi cento anni, Quando si abbatterà sulle coste porterà distruzione.

Trump in televisione continuava a dire “Mettetevi in salvo” e il ciccione continuava a mangiare quando arrivò la bella notizia: la ragazza, dopo un’ora, era riuscita a trovare un bus che ci avrebbe condotto sulla terra ferma. Saremmo partiti in serata, quando quasi tutta l’isola sarebbe stata deserta. Decidemmo di passeggiare un po’ per smaltire la tensione e arrivammo nel punto più a sud dell’isola che, di conseguenza, è anche il punto più a sud degli Stati Uniti. In quel posto hanno piazzato un monumento a forma di boa, dietro c’è l’oceano. Da quella direzione sarebbe arrivato l’uragano Irma. Tornammo indietro con il sole forte sulla testa. C’era qualche locale aperto, uno di essi esponeva un cartello HURRICANE  EVACUATION PLAN: RUM, mi fece ridere e mi fece pensare di nuovo ad Hemingway, lui sarebbe rimasto sicuramente sull’isola per ammirare la forza di quel mostro di nome Irma, lo avrebbe fatto seguendo le indicazioni scritte su quel cartello, sono sicuro, al riparo e sorseggiando il suo rum.

Il pomeriggio arrivò e quasi tutta l’isola era vuota. Io e Sara aspettammo l’orario di partenza del bus sul bordo della piscina del nostro albergo vuoto anch’esso della proprietà e del ciccione fannullone. Da Miami continuammo a scappare da Irma per raggiungere New York, fu una bella corsa tra aerei anticipati e mance. Il racconto di questa storia, però, finisce qua, finisce nel posto in cui ho preso il bus in partenza da Key West, l’isola dove Hemingway visse per quasi dieci anni. Non ho visitato la sua casa, lo so, ma a distanza di tempo, mi piace pensare, che per chi lo cerca veramente Ernest e là, pronto a manifestarsi a modo suo. Pronto a farti vivere l’ennesima avventura!

Prima parte

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