Vi è mai capitato, trovandovi in viaggio, di essere eccitati per quello che vi sta per succedere perché, magari, quello che vi aspetta è qualcosa che avete programmato da qualche mese o, in alcuni casi, sognato da sempre?

Cosa succede, però, quando accade l’imprevisto? Quando ci si mette in mezzo la sfortuna, quando si allineano le stelle nel modo in cui non dovevano e quindi la vostra tappa salta?

“Sarà per la prossima volta” ecco questo è quello che si deve pensare se non si vuole impazzire, per lo meno questo è quello che ho pensato io quando, trovandomi a Key West, non ho potuto visitare la Hemingway House. Questa spiccata saggezza da parte mia, però, è uscita fuori dopo, molto dopo, precisamente quando è finita la storia che leggerete nelle prossime righe.

Eravamo in Florida, io e Sara, pronti per partire per Key West. Avevamo preso in noleggio una macchina il giorno prima a Miami. Era una Kia Soul di colore bianco che si intonava ai grattacieli della Downtown, anzi si intonava un po’ a tutto. Quella città mi sembrava tutta bianca, per il resto non ricordo granché. Sempre il giorno prima ci eravamo spinti nelle paludi delle Everglades. Ci sono gli alligatori da quelle parti. Trovammo alcuni cartelli che ci consigliavano di tenerci a distanza di quindici passi nel caso in cui ne avessimo incontrato uno; i Rangers da quelle parti avranno pensato bene di avvisare tutti i visitatori a cui sarebbe venuta voglia di accarezzare quelle tenere bestiole.

A parte tutto, quello che mi faceva più paura era la possibilità che gli avvoltoi potessero graffiare la macchina con le loro zampette. Non avevo voglia di pagare gli eventuali danni. Fortunatamente nell’area parcheggio c’erano dei teli che servivano a coprire le auto per evitare che questo accadesse. Fatta questa operazione ho rivolto il mio sguardo in direzione di quei volatili; sembrava mi dicessero “Qua, in America, le macchine sudcoreane non le tocchiamo”. In quel preciso momento mi sono sentito a casa: mi hanno fatto venire in mente i parcheggiatori abusivi a Napoli che dopo averti estorto i due euro ti dicono “Dotto’ non vi preoccupate, la macchina qua nessuno la tocca”.

Da quelle parti la vegetazione è abbastanza fitta. Trovammo alcuni cartelli informativi; su uno di essi c’era scritto che l’uragano Andrew nel ’92 aveva fatto un po’ di casini e che le cose, dopo il passaggio del “venticello”, non erano tornate esattamente come prima. D’altronde si sa come sono fatti gli uragani.

L’isola di Key West, vi dicevo, si raggiunge da Miami in macchina percorrendo un’unica strada. Infatti sbagliare direzione per raggiungere l’isola significa sostanzialmente due cose: la prima è che hai il senso dell’orientamento di un alcolizzato; la seconda è che sei finito nell’oceano con la tua macchina e quindi sei un alcolizzato. Quella strada è favolosa: unisce tutte le isole Keys alla terra ferma fino all’ultima che è appunto Key West. Per raggiungerla da Miami si impiegano poco più di tre ore, ma noi decidemmo di spaccare il viaggio sostando una notte a Islamorada, la prima delle isole Keys. Dormimmo nel classico motel americano che dà sulla strada, pranzammo in un locale all’aperto dove uomini con la barba lunghissima suonavano un rock caraibico e facemmo il bagno in un posto dove c’erano dei cartelli che segnalavano la presenza di alligatori. Sì lo so che state pensando che fummo più temerari di Indiana Jones per via della storia degli alligatori. In realtà in quel posto il bagno lo stavano facendo tutti e calcolando che eravamo lontani dalle zone paludose di almeno 50 chilometri pensammo che quel cartello, forse, era un tantino eccessivo.

Il giorno dopo, finalmente, ci mettemmo in viaggio per Key West. La strada come, vi dicevo, era bellissima, Oceano Atlantico sulla sinistra e Golfo del Messico sulla destra. Key West si avvicinava. Hemigway è vissuto là per quasi dieci anni e probabilmente raggiungeva l’isola con qualche imbarcazione. Non mi sono informato sull’anno di costruzione del ponte.

Arrivammo di mattina, consegnammo la macchina e sistemammo le nostre valigie in albergo. Subito uscimmo per un giro a piedi. Key West è la classica isola caraibica, con le palme e le case basse di legno. L’unica cosa che rovinava quell’atmosfera è la pacchianeria americana che di tanto in tanto si rivelava attraverso la musica alta dei locali che si susseguono sulla strada principale.

Durante la nostra perlustrazione capitammo davanti a lei, la Hemingway House. Si tratta di una casa abitata da una decina di gatti tutti discendenti da quelli di Hemingway. Lo so che state pensando che fondamentalmente è una casa, ma per me Hemingway è una sorta di eroe. Non è tanto per lo stile di scrittura (che tra l’altro non mi fa impazzire), ma è proprio per quello che ha rappresentato. Amante della boxe, dell’alcool, delle corride, dei viaggi, inviato di guerra in pratica l’avventura fatta persona. Il fatto che abbia vinto il Nobel per la letteratura è quasi un dettaglio se messo a confronto con l’intensità con cui ha vissuto. James Bond paragonato a Ernest sarebbe stato considerato un pantofolaio.

Eravamo senza contanti a seguito e all’entrata non accettavano carte come metodo di pagamento. “La visiteremo domani” ci dicemmo, d’altronde c’era tutto il tempo. Fu così che ci incamminammo alla scoperta dell’isola. Prima di andare via diedi un’occhiata al cortile che circondava l’esterno della casa. “Quanto è bella” pensai “Chissà quante volte Hemingway si sarà messo a pensare in questo cortile o su quel balcone mentre fumava il suo sigaro”.

Seconda parte

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