La vicenda che racconterò ha dell’incredibile.

Certo che quando si pensa all’incredibile si fa presto a immaginare persone che escono illese, miracolosamente, da incidenti mortali oppure velocisti che, correndo sui cento metri, scendono sotto i nove secondi. Niente di tutto questo. Questa storia ha la forza dell’immaginazione che sviluppa un bambino subito dopo aver visto ET e le caratteristiche delle stronzate che si sentono nei raduni ai bagni delle scuole superiori, quando si fumano le canne.

Quindi, immaginate la città di Milano, di notte, d’estate, quasi vuota dei suoi Milanesi in vacanza. Immaginate un vicoletto, non troppo lontano dal centro, ma non per questo illuminato a dovere. Immaginate, infine, un giornalista, che in questo vicoletto ci abita e che, nella sera in questione, sta tornando a casa.

Il nostro protagonista si chiama Gomez Gomez. La mamma aveva sognato, fin da bambina, che suo figlio si chiamasse Gomez e il fatto che il padre facesse Gomez di cognome non gli era per niente bastato. Quando il marito gli fece notare che Gomez Gomez risultava un “tantino” cacofonico lei rispose con fermezza -Non permetterò a nessuno…mi ascolti? A nessuno di infrangere i miei sogni di bambina-

E così fu. La signora aveva il carattere un tantino autoritario, ma per lei si trattava di emancipazione. Fece capire al consorte che nella cerchia dei “nessuno che potevano infrangere i suoi sogni” c’era anche lui, anzi soprattutto lui.

Ma vi stavo raccontando di quella sera: Gomez camminava a piedi, ed era indiscutibilmente ubriaco.

Pensava alla ragazza conosciuta poche ore prima mentre cercava le chiavi di casa nel suo zaino alla moda. Camminava e cercava, poi pensava, si fermava, cercava e poi camminava ancora. Non trovava le chiavi e non riusciva nemmeno a mettere a fuoco i lineamenti del viso di quella ragazza. Ricordava tutto anche i bracciali che indossava, ma il volto di lei era diventato una nuvola di fumo.

-Dio Santo, ma dove avrò messo le chiavi? – pensò ancora Gomez.

Era quasi arrivato sotto casa, stordito dall’alcool e dal caldo. Cominciò a camminare con gli occhi chiusi per trovare la concentrazione sulle chiavi: cercava di mettere a fuoco il momento in cui le aveva riposte nello zaino, voleva escludere l’ipotesi di averle dimenticate sulla tavola.

Arrivò un venticello sulla fronte umida di sudore che gli arrecò piacere. Cominciò di nuovo a pensare a quella ragazza, ma il suo viso assomigliava prima ad una e poi a un’altra. Era stremato Gomez così decise di sedersi su degli scalini di un palazzo per recuperare energie. Appoggiò le mani sulle tempie, poi le fece scivolare tra i capelli nella direzione inversa al movimento, verso l’asfalto, della testa. Quando rialzò gli occhi si accorse che di fronte a sé, nella penombra, c’era un uomo appoggiato a un muro che lo fissava.

-Dio Santo, non pensi di essere un po’ inquietante a fissare la gente di notte, mi hai fatto prendere un colpo- di solito Gomez non commentava con tanta decisione i comportamenti inconsueti degli sconosciuti, ma quella sera c’era l’alcool in circolo e allora.

Stai calmo amico, ho qualcosa di tuo e non sono così sicuro di restituirtela se diventi così scorbutico

-Tu hai qualcosa di mio? –

-Già, io ho qualcosa di tuo- rispose l’uomo

– Fammi capire, allora, cosa avresti di mio?-

-Non ci arrivi proprio Gomez, eppure è semplice-

-Ma…ma come conosci il mio nome? –

-Veramente io mi riferivo al cognome-

-Ascolta signore delle tenebre o chi cazzo sei, mi dici che cazzo hai di mio? – Gomez cominciò ad irritarsi, ma nonostante questo riuscì a tenere il tono della voce basso.

-Cazzo, cazzo, cazzo, hey amico non sarai per caso frocio con tutti questi cazzi che ti passano per la bocca? –

-Ascolta testa di cazzo…-

-Lo vedi? –

-…cazzone, hai le chiavi di casa mia, quindi potresti ridarmele adesso? –

-Ahh, sei proprio una cima! Io dovrei avere le chiavi di casa tua, quindi. Sarei un ladro allora? E fammi capire se avessi le chiavi di casa tua e fossi un ladro non ti sembra che a quest’ora avrei già svaligiato l’appartamento? –

-Infatti tu non sei un ladro, sei un cazzone-

Gomez continuava a incalzare con delle risposte da vero duro anche perché il suo interlocutore era veramente lontano da quello che potrebbe definirsi una “montagna umana” visto che era alto a malapena un metro e cinquantacinque.

Fin qui l’aspetto più singolare di questa storia è che, nonostante l’acceso scambio di battute, i due non si erano mossi di un centimetro. I loro corpi erano rimasti nelle loro reciproche posizioni di partenza: Gomez seduto sui gradini dell’entrata di un palazzo, “Grande Puffo” che poggiava la schiena sul muro di fronte.

-Dimmi un po’ Gomez Gomez, ma a chi è venuta l’idea di battezzarti in questo modo? –

-A mia madre-

-A tua madre…e tuo padre era d’accordo? – disse l’uomo

-Non lo so, credo di sì-

-Credi di sì…e tu saresti stato d’accordo? Intendo se avessi avuto la possibilità di decidere? Per via del tuo nome eri diventato lo zimbello di tutti a scuola, ti ricordi? –

-No cazzone, non mi ricordo-

-Non ti ricordi… e sai perché non ti ricordi? –

-Non mi ricordo perché non succedeva! Ma perché sto parlando con te!?- chiese Gomez a se stesso

-Non hai le chiavi di casa e quindi non puoi tornarci a casa, ecco perché! A proposito brutta storia a casa tua-

-Brutta storia? Ma a cosa ti riferisci? Io non ho brutte storie a casa mia-

-Sei sicuro? Gomez tu non hai brutte storie a casa tua, ma una, enorme; solo che adesso non lo sai, non ricordi, così come non ricordi che eri lo zimbello della classe, che odiavi tua madre per come trattava tuo padre e tuo padre per come si faceva trattare da tua madre-

A questo punto Gomez si alzò, lo fece con lentezza cercando di mettere gli occhi sul viso di quell’uomo; fino a quel momento aveva parlato con un corpo e una voce.

-Non lo fare Gomez, non cercare di guardarmi in faccia. Non per il momento, almeno-

Gomez si fermò, non capì bene per quale motivo, ma sentì di seguire il consiglio di quello sconosciuto.

L’uomo si accese la sigaretta e restò qualche secondo in silenzio, poi con la voce di chi sa il fatto suo disse:

–Ascolta, quando prima ti dicevo che ho qualcosa di tuo mi riferivo alla tua memoria-

Gomez-seconda parte

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