Un uomo di quasi novant’anni torna a San Martino e ricorda l’incontro che avvenne con una ragazza, settant’anni prima

Quando mi sedetti al tavolo del bar Natale a San Martino, la mia sagoma fu riflessa da uno specchio appoggiato a un muro. Pensai che ero invecchiato bene nonostante la decisione, presa a un certo punto della  vita, di curare la mia eloquenza piuttosto che il corpo.

Ero vestito come usavano fare i vecchi tedeschi che andavano in vacanza ai miei tempi, escludendo solo i calzini con i sandali; da giovane avevo analizzato quell’immagine dell’uomo come un’oscenità e negli anni ero rimasto coerente rispetto a quella mia considerazione.

Con me c’era mio nipote Claudio, di quindici anni appena compiuti. Mio figlio aveva deciso di dargli il mio stesso nome nonostante io non ci tenessi. L’idea gli era venuta il giorno in cui gli raccontai che anni addietro c’era l’usanza, da parte di molte famiglie, di dare il nome dei nonni ai neonati. Il mio ragazzo fu molto colpito da quel racconto e decise, assieme alla moglie, di ripristinare quell’usanza persa.

“Sarà come se una parte di te continuasse a vivere” mi disse.

I ricordi di quella storiella mi incanalarono in una strada che mi portò ancora più indietro, di settant’anni per la precisione.

Il posto era lo stesso, San Martino e io avevo poco più di sedici anni.

Quell’anno avevo deciso di visitare Napoli assieme a due cari amici, mosso dalla curiosità di vedere la città partenopea che in quegli anni si stava sviluppando molto sotto l’aspetto del turismo. Nonostante vivessi a Roma era la prima volta che mi recavo a Napoli quindi cercai di ritagliarmi un pomeriggio da solo, per carpire gli aspetti più intimi della città. Decisi anche di trovare un punto dove si potesse guardare la città dall’alto, in tanti mi indicarono San Martino, proprio lì, dove mi trovavo in quel momento con mio nipote. Ci andai con le cuffiette nelle orecchie, pronto a dominare Napoli mentre ascoltavo la mia musica preferita.

Quando mi sporsi dal muretto per osservare la città fui investito da tanta bellezza, ricordo Roma Capoccia di Venditti inclusa nella selezione musicale del mio ipod riprodotta in modalità casuale.

“Che tempismo” pensai, avevo davanti agli occhi Napoli e nelle orecchie una canzone dedicata a Roma. Sorrisi, sbeffeggiando la casualità evidentemente in ferie in quel giorno.

Credo di aver riso tanto calcolando che quando mi girai alla mia destra c’era una ragazza che, osservandomi, rideva a sua volta.

“Ti diverte il panorama?” mi chiese. Notai dei denti bellissimi. Mi tolsi le cuffie con fare impacciato e le spiegai che era stato quello strambo tempismo tra canzone romana e visuale napoletana a farmi sorridere. “Non centrano una mazza” le dissi continuando ancora a ridere allorché pronta arrivò la sua osservazione “Già hai ragione, ma è anche vero che sono belli entrambe, intendo canzone e panorama, quindi un po’ ci azzeccano tra di loro, no?”.

La smorfia della faccia sorridente rimase impressa sul mio volto, ma ora era una maschera: quella semplice e allo stesso tempo efficace considerazione mi arrecò una sensazione di disorientamento.

“Bel modo di vedere le cose” le dissi “Anche il tuo è un bel modo di vedere le cose” mi rispose “…e anche divertente”.

Sorridemmo entrambi

Sorridemmo entrambi, la scrutai fissandomi sui suoi denti, ah i suoi denti, e poi la sua voce: avevano qualcosa che mi ricordavano la vita. Mi spiegò che abitando nei dintorni aveva la possibilità di affacciarsi più volte davanti a quella meraviglia di panorama e con il tempo aveva sviluppato un “modo” tutto suo di osservare la città da quel posto.

“Cosa intendi quando dici: un modo tutto mio di osservare la città?” le chiesi,

“Vedi” mi rispose mentre si girava verso il panorama “Ogni volta che mi soffermo a guardare la città da quassù provo delle sensazioni fortissime, all’inizio non capivo, ma poi sono rimasta in ascolto, ho aperto bene le “orecchie” e ho scoperto che questa città sono io, sono i miei stati d’animo.

Mi spiego meglio. Guarda ad esempio laggiù, vedi quella chiesa grandissima? Beh quella è la mia paura! Un giorno, da piccola, passeggiavo con mio padre da quelle parti e due ladri gli rubarono l’orologio. Quel giorno ho capito che Dio non può mettere mano su ogni cosa” rise.

Quella strada enorme vicino a quei tre palazzi, al contrario, sono la mia spensieratezza. Il negozio dove mia madre ha comprato la mia Barbie è ancora là. Così come la mia Barbie è ancora nella mia stanza.

Quei grattacieli in fondo formano il Centro Direzionale, per me quel cemento rappresenta tutto quello che non mi interessa.

Il parco che vedi a destra rappresenta le mie amicizie, ogni volta che saltiamo la scuola ci rifuggiamo là dentro. Tutte quelle macchine a quel semaforo sono le incomprensioni, quelle che ultimamente nascono, soprattutto, con i miei genitori.

In fondo a sinistra puoi vedere l’aeroporto, i miei sogni. Gli aerei, tipo quello in lontananza, che si sta alzando in questo momento, sono le mie fantasie, lo vedi?”.

“Sì, lo vedo”.

Rimasi folgorato da quella fantasia dell’anima

Rimasi folgorato da quella fantasia dell’anima, non ero abituato a persone che mi parlavano in quel modo. Sentivo delle sensazioni fortissime guardando quella ragazza, così come lei le sentiva osservando la sua città. Aveva parlato dei suoi ricordi, ma soprattutto descritto le sue emozioni con una consapevolezza disarmante. Quello che, molto probabilmente non sapeva era che, in qualche modo, aveva tratteggiato anche me, le mie paure, le gioie, i sogni: tutto insomma.

Avevo compreso per la prima volta l’importanza delle parole. In quegli anni sentivo che la vita agitava un mare di emozioni dentro di me, ma quel giorno capii che cercare di raccontare quel “mare” era un gioco bellissimo.

“L’amore dov’è?” mi venne da chiederle, così istintivamente e con la paura di creare imbarazzo.

Lei, invece, mi sorrise con il cuore gonfio come fanno i bambini quando sanno che stanno per ricevere un regalo, poi mi rispose: “Non lo so ancora, ma sicuramente quando capiterà di innamorarmi troverò un posto della città che rappresenti l’amore”. Scrutò l’orologio e chiudendosi nelle spalle mi disse che si era fatto tardi “Ora devo andare, anzi scappare, stammi bene romano”.

“Stammi bene”.

Vidi la sua sagoma diventare sempre più piccola a mano a mano che si allontanava.

Io ripartii per Roma e cominciai a scrivere. Ero alla ricerca di nuove parole, ne volevo sempre di più, ne avevo sempre bisogno. Cominciai a scriverle, mi sposai e divenni lo scrittore preferito di mia moglie; rideva molto leggendo le mie storie, rideva come una matta.

Una sera in televisione vedemmo uno scrittore famoso di romanzi d’amore. Dissi: “Voglio diventare come lui, voglio scrivere dell’amore”.

“Pensa ad essere te stesso, sei così bravo nei racconti divertenti e poi mi piace quando mi fai ridere”.

Io allora continuai a scrivere quelle buffe storielle, amavo mia moglie e mi divertivo un mondo a farla ridere.

Preso dai ricordi decisi che avevo bisogno di alzarmi dal tavolino di quel bar, dovevo vedere quella città di passione. Chiamai Claudio, sangue del mio sangue, e gli raccontai, filo per segno, la storia che avevo vissuto settant’anni prima. Gli chiesi di sforzarsi di tenerla sempre a mente. Quella storia era parte della mia eredità.

Quando finii il racconto Claudio era come incantato, mi interrogò chiedendomi in quale punto della città si trovasse l’amore.

Io sorrisi e pensai alla quantità di cose che si tramandano gli esseri umani, altro che tratti somatici. Fui investito da un magone e avevo un nodo alla gola.

Chiusi gli occhi, comunque, e sospirai. Decisi di ripetere, per la prima volta, quello che mi era stato proferito in passato e che mai, fino a quel momento, avevo detto:

“L’amore è in ogni posto dove ci sono due persone che ridono sotto la pioggia”

l’ultima cosa che mi disse mia moglie prima di morire, fu la risposta che diedi a Claudio, mio nipote, sangue del mio sangue.

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