Oggi sono malinconico. Normalmente quando succede questo vado a bere, come nei classici romanzi di John Fante o come capita nei film più struggenti. Certo che se questo dovesse capitare la mattina, appena sveglio, saremmo davanti a un evidente caso di alcolismo. Fortunatamente per me, ma soprattutto per il mio fegato, il mio animo tormentato trova sfogo anche nella scrittura; quando questo succede la mia mente viaggia, e come stamattina, mi porta in posti lontani che fortunatamente ho visitato, come ad esempio Trinidad, una città che conta poco più di 70000 abitanti  che si trova nel centro di Cuba.

Ho deciso, quindi, di organizzare i ricordi di quel viaggio e immortalarli sotto forma di parole. Quindi, se ti piacciono i diari di viaggio e cerchi qualche informazione utile sei sul posto giusto. Trinidad sembra unica, diversa da l’Avana, diversa dalle altre città cubane che ho visto. Non si tratta di sola architettonica, Trinidad si mostra come una persona timida, scoprendosi un po’ per volta, sonnecchiosa di giorno e viva di sera.

Ci arrivai così

A Trinidad ci arrivai in macchina dall’Avana percorrendo l’autopista, l’equivalente della nostra autostrada. Il confine che segna la fine dell’autopista con l’inizio della città, non si percepisce facilmente, c’è un solo segnale (quello in foto) che introduce Trinidad. Fortunatamente non guidavo io, anche perché sarei trionfalmente finito in una bancarella di advocado con la macchina, ma un cubano di nome Pavel, caraibico con la freddezza di un killer dell’est, uccideva le api con le mani, figuratevi se si faceva sorprendere, dopo 6 ore di guida in autostrada, da un centro abitato che improvvisamente si rivelava davanti ai suoi occhi.

come arrivare da L’Avana:

  • bus che partono due volte al giorno, e tutti i giorno. Il viaggio dura circa 6 ore. INFO
  • Taxi, se sei da solo puoi optare per i taxi collettivi e pagare l’equivalente del biglietto bus (30/35cuc)

Pernottai da Minni e Verde

A Trinidad ci andai con Francesco, un mio amico fraterno, e per la nostra permanenza in città pernottammo nella casa particular di Minni e Verde, moglie e marito, che ci preservarono un’accoglienza reale. La dimostrazione della loro ospitalità si materializzò il giorno dopo, quando la nostra colazione fu servita su un tavolo enorme, sul quale furono poggiate tutte le prelibatezze che la colazione caraibica prevede; io e Francesco ci guardammo dai due capi della tavola e convenimmo sul fatto che quella situazione assomigliava a quella dei cugini Cohimbra in Non c’è due senza quattro, nel momento in cui viene servita loro, appunto, la colazione.

Come si presenta Trinidad

La città si presenta con una serie infinita di casette basse tutte colorate. Come dicevo è molto diversa dall’Avana, infatti mentre nella capitale cubana sembra di essere tornati negli anni ’50 a Trinidad l’atmosfera è sicuramente quella di fine ‘800. Le auto quasi non si vedono, infatti sono i cavalli il mezzo di locomozione più diffuso (per chi ha il cavallo, naturalmente).

La macelleria esponeva il suo unico pezzo di carne da una finestrina; l’ospedale sembrava una galera, con le finestre dei malati che affacciavano direttamente in strada; la farmacia era sì una farmacia, ma poteva essere tranquillamente una qualsiasi altra attività, con le sue 7 o 8 scatole di medicinali esposti sull’unica mensola di legno. Insomma roba da Marty McFly in Ritorno al futuro.

Passeggiando per le stradine di Trinidad c’era sempre qualche signora, seduta sull’uscio di casa sua, che si mostrava interessata a noi; la fatidica frase per attaccare bottone era: “Tengo una pregunta para ti”, che in realtà era il pretesto per venderti qualche sigaro.

Cosa fare a Trinidad

Playa Ancon. Come dicevo, la città durante il giorno risulta sonnecchiosa ed è per questo motivo che noi, in quelle ore, andavamo a Playa Ancon, una spiaggia che dista qualche chilometro da Trinidad. Playa Ancon è la classica spiaggia caraibica vista nelle più celebri cartoline, poco affollata, con le palme; di turistico c’è solo la possibilità di fare snorkeling tuffandoti da un catamarano.

Dista una decina di km dalla città, arrivaci in taxi. Ne troverai diversi nel centro della città.

Casa della Musica. Di sera Trinidad cambia faccia. Tutto ruota attorno a Casa della Musica una piazza che si sviluppa su una larga scala. Là si può sorseggiare un cocktail, ascoltare musica, vedere gente che balla la salsa. Quando vedrai ballare i cubani capirai cosa significa ballare sul serio.

Se vuoi continuare a fare vita notturna ti consiglio di andare a Las Cuevas  una discoteca che si trova in una grotta. Ci puoi arrivare a piedi da Casa della Musica passando per delle stradine che ricordano le favelas in Brasile. Niente paura però. Da quelle parti sei al sicuro.

La prima sera conoscemmo Pablo, una guida turistica, che a sua volta ci fece conoscere mezzo paese. Concordammo con Pablo una gita a cavallo per raggiungere il Parque el Cubano, un luogo incontaminato con le cascate, dove è possibile fare il bagno in due piscine naturali.

Parque el Cubano. Partimmo la mattina in sella ai nostri reciproci cavalli. Il mio era bianco e, in tutta onestà, non mi dava l’idea di essere in salute. Della stessa idea fu Francesco, tant’è che cominciammo a fare battutacce sul cavallo “Questo ti abbandona tra 5 minuti… i cavalli cubani se la prendono comoda come i cubani…”. In realtà il mio equino era un pazzo scatenato, galoppava come un forsennato. Quando il cavallo fece il primo scatto, appena usciti dalla città, vedevo solo montagne e praterie davanti a me e sentivo le voci di Pablo e Francesco che si scompisciavano dalle risate, sempre più lontane. Fu in quel momento che immaginai la mia faccia sui notiziari italiani che titolavano “Turista scomparso”.

Quella fu, in realtà, un’escursione che mi è rimasta nel cuore: attraversammo le praterie come John Wayne e ci rinfrescammo sotto le cascate cubane.

Il cubano se la cava sempre.

Purtroppo una volta tornato a casa mi accorsi di avere delle escoriazioni importanti sulle natiche, mi bruciavano da morire e, per questo, chiesi a Verde se avesse un disinfettante.

La risposta fu negativa. In quello stesso momento mi passava davanti agli occhi la farmacia fornita di niente che avevo visto il giorno prima. Quando mi rassegnai al dolore e a una eventuale infezione Verde mi chiese di abbassarmi i pantaloni. Devo abbassarmi i pantaloni? chiesi. Quando Verde vide la mia faccia interdetta fece fortunatamente chiarezza sulle sue intenzioni con una frase semplice ma coincisa: “Non te preocupe, tu hombre, yo hombre”. Forte di quel patto mi tranquillizzai e mi affidai alle sue mani: il cubano polverizzò una compressa di antibiotico e la cosparse sulla mia ferita. Alta farmaceutica cubana.

Quella fu l’ennesima dimostrazione che l’uomo, alla fine, se la cava sempre. Non mi riferisco a me, ma ai cubani che vivono in condizioni meno “comode” rispetto a noi e nonostante tutto ce la fanno.

 Valore del viaggio

In quei giorni, mi chiesi più volte se quelle condizioni meno “comode” potevano influire sulla felicità stessa dei cubani. Decisi di fare la domanda direttamente a Pablo, che aveva più o meno la mia età e una madre che viveva in Italia. “Saresti più felice in Italia?” gli chiesi. Mi rispose che in Italia ci era stato tre volte e che nonostante avesse toccato con mano quelle che noi chiamiamo “comodità”, non le avrebbe mai barattato con quello che aveva. Il freddo del nostro inverno era l’aspetto più influente del suo ragionamento.

Per lui le cose veramente importanti erano la sua gente, i turisti che da lì passavano e i suoi cavalli e non quelle che noi chiamiamo “comodità”.

Quello non era il parere di tutta la gente di Trinidad, ma solo di Pablo, si intente. Non posso parlare per tutti. Io però ho estrapolato da quelle parole, dalla scelta di quel ragazzo un valore che il viaggio è sempre pronto a renderti, ossia che la scelta di vedere il meglio in quello che ti circonda è il primo passo per essere felici con quello che si ha.

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