Racconti sull’amicizia

Era una serata fredda di dicembre quando affrontai Michele il Bisonte, pieno inverno in Abruzzo equivale al freddo gelido della Russia, uguale. Lo capii ai campionati juniores a Mosca. Ricordo ancora quel giornalista, che parlava a mala pena l’italiano, quando mi chiese “Ma come fate a sopportare tutti quei pugni sul ring?” e io che rispondevo dall’alto dei miei quindici anni “E voi come fate a sopportare tutto questo freddo?”.

Fu allora che scoprii che il freddo dai -5 gradi a scendere non si avverte più, o meglio, sembra sempre uguale.

Quella sera in Abruzzo Tonino mi stava sistemando le ultime fascette, quando si concentrava a fare qualcosa le sue rughe raddoppiavano, in compenso il risultato era sempre un capolavoro, e in quell’occasione questa verità fu dimostrata ancora una volta.

Gli ultimi tre mesi li avevamo passati sempre assieme, tutti i giorni, così come quei guantoni che puzzavano di boxe e che a breve avrei indossato. Non combatto mai con i guantoni usati poco e il motivo risiede proprio nell’odore: se annusassi il solo cuoio, significherebbe andare sul ring senza benzina. Annusandoli, devo sentire tutto il sudore che ho buttato in palestra, devo sentire tutti i giorni di allenamento, così come il toro sente l’arena annusando la terra. Una volta infilati, così, portai i guantoni al naso per sentirne il tanfo, ritardando di pochi secondi l’ultimo atto dell’opera di Tonino: l’allacciatura.

Via così, dunque, uscimmo da quello spogliatoio e ci dirigemmo verso il ring, passammo vicino alle persone che gridavano e io sentivo tutta la tensione del match, era la prima volta che vedevo tutte quelle persone per un mio incontro.

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Sul ring

Tonino allargò le corde con un piede e una mano così che io potessi salire sul ring, poi si mise all’angolo. Io cominciai a saltellare e nel momento che cadde la prima goccia di sudore dal mio naso vidi arrivare da lontano Michele il Bisonte, 34 match vinti tutti per KO, che si dirigeva verso di me. Da quando gli fu possibile cominciò a guardarmi fisso in faccia, senza staccare mai lo sguardo. Fu in quel preciso istante che realizai: stavo per battermi contro il campione Europeo in casa sua, nella sua terra.

Quando l’arbitro ci fece andare a centro ring, per ribadire le regole, Michele mi sembrava più grosso. Il giorno prima, quando ci siamo pesati davanti ai giornalisti, i nostri occhi si erano incrociati per la prima volta ma il suo fisico non mi impressionò così come, invece, accadde sul ring.

Mi tornò in mente la domanda di un giornalista, fatta appunto il giorno prima: “Hai paura?” mi chiese; io voltai la faccia con un sorriso sarcastico ed esclamai “Prossima domanda?”.

Quella risposta arrivò con un giorno di ritardo, nel preciso momento in cui tutti scesero dal ring per farci combattere; risuonava un loop nella mia testa: “Io non ho paura, io non ho paura, IO NON HO PAURA!”

Al gong Michele si fiondò verso di me, ma non attaccò subito, anche perché io decisi di girargli intorno. Volevo studiarlo. Poi passai all’attacco con un paio di jab, giusto per tenerlo a distanza e fu dopo di questi che Michele parti con un destro forte, ma lanciato a vuoto. Passammo un paio di minuti a scambiarci qualche colpo di studio quando Michele, non so bene come, riuscì ad avvicinarsi e cominciò ad attaccarmi con dei montanti al corpo dai quali subito riuscii a scappare grazie alle mie abilità con le gambe. Il round finì così, senza troppo spettacolo, io mi sedetti e mi accorsi di avere il fiatone, troppo per il primo round.

Suonò la campana che annunciava il secondo round, e anche questa volta Michele si fece sotto, ora ancor più deciso. Sferrò un paio di jab, che dovevano essere solo dei colpi di fastidio, ma io li sentii così forti sui miei guantoni che la storia del “Bisonte” mi fu subito chiara.

“Stai calmo e non aver paura” continuavo a dirmi mentre sferravo, di tanto in tanto, qualche colpo, ma più colpivo e più Michele mi sembrava di ferro.

Al quarto round il “Bisonte” fece partire un sinistro che si scagliò sul mio naso, non caddi a terra ma fui costretto, stordito come ero, a chiudermi alle corde, là dove Michele fece partire una serie di ganci al corpo che mi fecero cadere a terra, senza fiato. Fu la campana a salvarmi, suonò due secondi dopo che il mio ginocchio toccò il tappeto. Tornai all’angolo con Tonino che mi urlava in testa

“Stai più attento! Lo vedi che succede se ti distrai?”  certo che lo avevo visto, o meglio, certo che non lo avevo visto se ci riferiamo al jab del Bisonte.

Intanto abbassai il naso sui miei guantoni cercando di sentirne la puzza, avevo bisogno di benzina, ma non sentivo nulla. Il pugno di Michele mi aveva annullato l’olfatto. Avevo il naso chiuso e istintivamente soffiai fuori, come un pivello, rompendo tutti i vasi sanguigni del naso che il pugno di Michele aveva danneggiato. Ora l’unica cosa che sentivo era l’odore del sangue, il mio purtroppo.

Tonino spinse la sua mano contro la mia fronte, così da tenere la testa alta e cominciò a medicarmi con i tamponi emostatici mentre mi dava i consigli. Doveva fare tutto in un minuto, quindi andava veloce.

In quei 60 secondi c’è tutta la poesia del pugilato: il coach ti cura come un papà cura un ginocchio sbucciato del figlio, nel frattempo ti distrae con le chiacchiere per non farti sentire il dolore.

Senza paura

“Vai senza paura” dissi a me stesso, andai al centro del ring e cominciai a prendere le misure a Michele che nel frattempo, però, aveva calcolato già tutti i suoi spazi; lo dimostrò con quel destro fulmineo al centro dello stomaco che mi tolse il fiato.

Le mie braccia si erano abbassate nel momento in cui quel treno mi colpì. “Guardia alta” gridava dall’angolo Tonino. Fu così che partii a razzo, accorciai le distanze e chiusi Michele alle corde. Il Bisonte coprì fianchi e volto, da quel momento io potei cominciare ad attaccare: montanti e ganci, ero una furia. Il ritmo era serrato, ma il fiato torno a mancare e quindi mi fermai. Michele abbasso le mani, scoprendo il volto apposta per farmi esaminare una smorfia che si era stampato in faccia. In quell’ impercettibile ghigno c’era un chiaro messaggio per me: “Non mi hai fatto niente”. Subito dopo arrivò un destro dritto in bocca che mi fece volare via il paradenti, caddi a terra, privo di forza bagnato di sudore e di sangue. Sentivo la fine, man mano che l’arbitro contava, e anche l’umiliazione per una sconfitta vicina, arrivata solo al quinto round. Proprio io, l’unico, a detta di tutti, che poteva mettere in difficolta Michele il Bisonte, stava perdendo come un qualsiasi avversario, stavo per diventare una statistica per il record del campione.

Pensai a tutti gli sforzi in palestra, ai consigli di Tonino, a quando da bambino sognavo quel momento che invece si stava rivelando come un vero inferno. Mi rialzai, sistemandomi il paradenti. Feci ok all’arbitro che si stava sincerando sulle mie condizioni e mi posizionai a centro ring. “Senza paura” continuavo a ripetermi, ma le braccia mi tremavano. Decisi di girare attorno al mio avversario per recuperare fiato e forze, ma più passava il tempo e più mi accorgevo che fiato e forze venivano sempre meno. Michele partì di nuovo all’attacco e io cercai di proteggermi alla buona, non riuscivo a pensare, non trovavo una mia tattica. La campana mi salvò, ancora una volta. Andai all’angolo convinto che Tonino mi avrebbe proposto di buttare la spugna, crollai sullo sgabello con la sconfitta negli occhi.

Tonino ricominciò la sua opera di restauro e subito dopo a parlarmi.

“Ragazzo ascoltami e parliamoci chiaro. Tu hai paura.” Volevo controbattere ma lui riattaccò subito “Hai capito? Mi senti? Hai paura, capito!  Stai sbagliando tutto.  E non mi riferisco a come ti muovi. Tu stai scappando dalla paura, non vuoi ammetterlo, ma facendo così non ti rendi conto che non la riconosci. La paura è tutto quello che non si conosce e se non ammetti la paura, se non ammetti di avercela, non la riconoscerai mai, non saprai mai come è fatta quella bastarda. Ora alzati e abbracciala, prendi confidenza, conosci la tua paura e abbatterai la paura.”

Quando mi alzai avevo il corpo addormentato dai colpi, ma quella condizione cominciava a starmi bene. Il viso di Michele mi appariva più familiare. Quel Bisonte, era talmente duro che quando lo colpivo mi facevo male io al posto suo.

Ricominciammo, sesto round. Ora davanti a me c’era un campione, lo vedevo così come vedevo la mia paura nei suoi confronti, ora la vedevo!

Jab sinistro di Michele, io schivo, non devo farmi prendere sul naso: ho paura che mi stordisca.

IL Bisonte mi chiude all’angolo, io esco subito: ho paura dei ganci al corpo.

Intanto gli giro attorno, intravedo la fatica sul suo viso al posto di quel ghigno e così parto con un jab, proprio in bocca. La fatica ora la sento di meno, intravedo la strategia, ricordo tutte le figure in palestra, le vedo!

Epilogo

Questa storia la raccontai al figlio di Michele il Bisonte il giorno del suo funerale. Erano passati trent’anni da quell’incontro. Lo vinse Michele, ma ai punti, fu l’unico incontro che il Bisonte vinse senza un ko. Dal sesto round ci fu una battaglia all’ultimo sangue sul ring, tutti se la ricordano. Alla fine del match ci abbracciammo e da allora diventammo ottimi amici. “Come avete fatto a diventare amici dopo esservi dati tante botte sul ring?” mi chiese il figlio di Michele “E tu come fai a sopportare questo freddo?” risposi, con un sorriso appena accennato. Eravamo in Abruzzo ed era pieno inverno.

“Papà, mi diceva sempre che il freddo dai -5 gradi a scendere non si avverte più” mi disse così il figlio di Michele mentre si avviava all’interno e in quel preciso istante io non sentii più freddo.

”Tuo padre, assieme ad un signore che si chiamava Tonino, mi hanno fatto capire come si affronta la paura. Per questo motivo siamo diventati amici”. Il figlio di Michele mi guardò fisso poi tornò in casa. Io restai ad osservare la neve in Abruzzo per un altro minuto. L’intervallo che intercorre tra un round e l’altro.

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