Vasco Rossi diceva che voleva una vita alla Steve McQueen nella sua Vita Spericolata, ma il senso lo avrebbe dato comunque citando Indro Montanelli.

Il giornalista è sempre stato fedele alla sua libertà, ma anche alla sua spericolatezza. Se potessi chiedere delucidazioni mi rivolgerei a MARTHA GELLHORN, ex moglie di Hemingway. Mi farei raccontare della notte in cui, entrambi inviati di guerra in Finlandia, aspettarono i bombardamenti sovietici intrattenendo il tempo con caviale e champagne.

Una vita piena di critiche. Soprattutto dai giovani intellettuali del ’68 che lo accusarono di non prendere posizioni precise, di parlare bene e male del comunismo e di aver comprato una moglie minorenne in Eritrea. Montanelli di intellettuali ne vide pochi in quel movimento che considerò sconclusionato, di massificazione, una sorta di imitazione della Francia di Sartre.

Cambiare idea, riconoscere aspetti positivi di ideologie non in linea con il suo pensiero, rendevano al giornalismo di Montanelli una parvenza di incoerenza, che in realtà era coerenza.

Montanelli credeva negli italiani ma non all’Italia e infatti affermava:

“L’italiano ignora il proprio ieri e non si cura di saperlo”

Montanelli costatò personalmente, e a sue spese, che questa sua stessa affermazione era vera. Siamo nel 1995 e l’avventura del suo nuovo giornale, La Voce, sta per finire. Dura solamente un anno. Il pubblico di destra liberale non soddisfatto dell’ immagine populista di Berlusconi era stato sovrastimato, questa una delle cause del fallimento a detta dello stesso Montanelli.

Insomma, Indro Montanelli non viene scelto dai lettori. L’anno precedente fu caratterizzato da contrasti sempre più forti con Silvio Berlusconi, cominciati nel momento in cui il cavaliere, deciso a scendere in politica, chiese l’appoggio del giornalista. Montanelli non accettò e da allora cominciò una vera e propria guerra mediatica.

Tra il ’93 e il ’94 i simpatizzanti (o impiegati, fate voi) di Berlusconi, nonché maestri della comunicazione, fecero leva sull’ignoranza della storia di molti italiani, bersagliando un nemico ostile per la nuova Forza Italia: la penna di Montanelli.

“Montanelli accusa Berlusconi di essere autoritario, proprio lui che è stato un fascista”, ecco prendiamo ad esempio questa accusa mossa da Emilio Fede nei confronti di Montanelli.

Effettivamente il giornalista da giovane aveva la tessera del partito fascista, ma andiamo più a fondo, cercando di capire chi era il “Montanelli fascista”.

Per delineare il giovane Montanelli immaginate un ragazzo di vent’anni che sente parlare Mussolini primo pelo. Difficile lo so, quindi provo a darvi qualche aiuto: per cominciare prendete ad esempio Salvini e cancellatelo. Al suo posto mettete Bruce Willis che sale su un palco e grida che tu, la tua generazione, il tuo popolo potete fare tutto e tutti lo acclamano, come Van Basten al San Siro. Montanelli a vent’anni vedeva questo Mussolini e decise di aderire a quel partito fascista.

Tra il 93 e il 94 uno scatenato Sgarbi, così come Fede, diede del fascista a Montanelli, come dargli torto chi potrebbe dire il contrario. Ma quell’affermazione indicava il fascista razzista, il cattivo, quello ingiusto, indicava quel profilo fascista che risiede nell’immaginario degli italiani. A Montanelli, in realtà, la tessera del partito fu ritirata nel ’37 per aver scritto un articolo che andava contro la propaganda fascista e Montanelli non fece nulla per riottenerla.Mussolini era talmente incazzato che lo fece cancellare dall’albo dei giornalisti. Quando si dice “Che fascisti!”

Montanelli dichiarò di aver avuto un unico padrone: i suoi lettori.

Su questo possiamo prenderlo in parola calcolando che si è sempre sentito libero e mai servitore, nemmeno quando davanti a lui si sono imposti Mussolini, per l’appunto, e Berlusconi, due signori leggermente autoritari, ma giusto un po’.

E pensare che le storie dei due uomini più influenti della storia moderna italiana con il nostro Indro sono cominciate con i migliori auspici. Mussolini, nel 1934, fece chiamare un giovanissimo Montanelli: voleva congratularsi con il giornalista per aver scritto un bellissimo articolo contro il razzismo, pensate un po’. Successivamente il Benito versione Gandhi si è fatto prendere un po’ la mano da quella storia del potere, cominciò a frequentare gentaglia di Berlino e… niente, sapete come finiscono queste storie, no?

Berlusconi volle superare il Duce toccando aspetti mistici, nel momento in cui offrì a Montanelli un loculo presente in un mausoleo privato. Là sarebbero state conservate le spoglie, oltre a quelle del cavaliere stesso, di altri amici di alto spessore di dignità, tipo Emilio Fede.

“Non son degno” declinò Montanelli. Pronunciò queste parole in latino, così da non rovinare l’atmosfera sacrale creata da Berlusconi.

Eravamo alla fine degli anni ’80 e qualche anno prima Berlusconi aveva acquistato Il Giornale, di cui Montanelli era direttore. Il giornale era rimasto senza sovvenzioni e per questo in crisi di vendite.

Il giornalista acconsentì a questo passaggio di proprietà a un’unica condizione: Berlusconi era il proprietario e lui il padrone, questo significava che la linea giornalistica spettava solo ed esclusivamente a Montanelli.

Ecco con questi presupposti, così amicali e di stima, è difficile che sopraggiungano delle divergenze. Successe, però, che Berlusconi decise di scendere in politica. Successe anche che decise di dettar legge sulla linea politica de Il Giornale. Berlusconi era stato buono fino a quel momento, ma ora si trattava della sua campagna politica. Montanelli conosceva bene Silvio, diceva

“Berlusconi crede alle bugie che racconta”

Sapeva che il suo modo di fare, diciamo autoritario, perfetto per il mondo imprenditoriale non fosse proprio un bene per la politica.

Decise di non appoggiarlo, lasciò la direzione de Il Giornale e fondò La Voce.

In quei mesi oltre a Sgarbi, di cui ho scritto sopra, altri personaggi vicini a Berlusconi gettarono fango su Montanelli. Le accuse rivolte al giornalista furono quelle di essere un fascista, di aver sputato nel piatto dove aveva mangiato, di essere un vecchio rimbecillito.

Parecchia gente credette a quelle storie raccontate a metà, ritagliate e ricostruite ad hoc per restituire una verità tutta nuova. La Voce, il nuovo giornale di Montanelli, non ebbe lunga vita.

Era passata nella testa di tanti la storia di “Montanelli l’incoerente”. Questo perché il giornalista aveva indicato, negli anni ’80, Berlusconi come il miglior editore che lui potesse desiderare.

Montanelli, però, aveva spiegato questa affermazione:

“Berlusconi, lasciandomi fare il mio mestiere senza mai intervenire, è stato quello che di più potevo desiderare. Nel momento in cui mi ha imposto una linea di lavoro sono venute meno le condizioni iniziali del nostro accordo, ma da parte sua, non mia”.

Questa spiegazione, però, non fu messa in evidenza, almeno non dai giornalisti Berlusconiani, non avrebbe preservato la verità, nel senso, la loro verità, quella che volevano raccontare. All’epoca Berlusconi fu vincente e molti, tra quelli che fanno informazione, considerano quel giornalismo vincente.

Per me vince a mani basse Montanelli, indipendentemente dagli ideali o dallo stile giornalistico, si tratta di insegnamento: “Studia e pensa con la tua testa e se qualcuno ti dice una cosa valla a verificare”, ecco se dovessi rappresentare un suo consiglio lo immaginerei così.

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