Le storie e una lezione con Baricco: vi racconto di come la scrittura mi aiutata a stare meglio

Da bambino mi capitò di imbattermi in un racconto in cui l’autore immaginava di scrivere lettere e spedirle a lui stesso nel passato. Ogni volta che ci ripenso resto lì a immaginare il postino che viaggia nel tempo. E proprio mentre questa allucinazione da similstupefacenti accade penso che l’autore sia mosso dalla voglia di dar risposta a una domanda inconscia: perché scrivo?

“Perché scrivo” è la domanda che si fanno tutte le persone che periodicamente, appunto, scrivono qualcosa.

Non è detto che la risposta arrivi subito. Io ho provato a pensarci e il mio pensiero a riguardo e quanto segue.

Quando ho aperto questo sito, l’idea balenava nella mia testa già da un po’ di tempo.  In passato mi capitava di scrivere, ma con poca costanza. Mi accorgevo, però, che ogni volta che lo facevo mi sentivo bene. Quindi mi sono detto: perché non farlo periodicamente? Decisi, così, di concedermi questo impegno.

Ma lasciate che vi spieghi cosa intendo.

So benissimo che “concedersi” e ” impegno” non sono due parole che vanno a braccetto; di solito le persone si concedono vacanze oppure tempo libero. Nella mia ottica “l’impegno” di scrivere consisteva nel trovare le parole più giuste, ordinarle nel modo più corretto. In pratica rappresentava l’allenamento che sarebbe servito per avvicinarmi quanto più possibile a quello che volevo dire attraverso la scrittura.

Il potere di questa pratica non si limita solo a riportare a parole quello che può essere un pensiero. Infatti, nei momenti di sbandamento, il concedermi alla scrittura mi ha restituito quello di più vero che c’è in me. Una terapia potrebbe dire qualcuno.

Mi sono inventato questa storiella per descrivere al meglio quello che volevo dire rispetto alla scrittura.

Un giorno venne affidato a un uomo il compito di pulire una parete. La superficie, per quanto liscia, era veramente sporca tanto che l’uomo si dovette impegnare molto con gli strofinacci. Dopo tre giorni di duro lavoro, l’uomo, si accorse che sotto quel lerciume cominciarono a uscire piccoli riflessi. Passati altri due giorni (e che cazzo) era chiaro che quella sporcizia nascondeva uno specchio. Il riflesso, dell’uomo, della sua stessa sagoma nei suoi stessi occhi ne erano la prova. Inizialmente lo specchio, pieno ancora di macchie, non restituiva un riflesso limpido, ma dopo due giorni (ancora) non fu più così. Lo specchio era candido è restituiva il riflesso perfetto dell’uomo. Ora non è che l’uomo fosse un granché, era basso, una panza che non vi dico e puzzava l’alito, ma almeno si accorse che dopo una settimana la barba gli era cresciuta e con quella era cresciuta anche la sua bruttezza. Così l’uomo decise di andare dal barbiere e limitare un pochino i danni della sua schifezza fisica facendosi radere.

Tra le metafore da quattro soldi di questa storia che mi sono inventato c’è l’uomo che potrei essere io e l’atto della pulizia potrebbe rappresentare la scrittura. La pratica costante della scrittura, che nella favoletta è l’atto di pulire, restituisce un’immagine sempre più reale del sé.

Il mantra della mia filosofia di vita è la ricerca della felicità. Per andare avanti in questa direzione la ricerca che faccio è quella di me stesso. Chi sono veramente?

Scrivere mi aiuta in questo, ad ascoltare e questa condizione mi restituisce la serenità.

Vuoi conquistare la felicità? Allenati ad ascoltarti, d’altronde chi non si allena perché dovrebbe vincere?

Storytelling

Sono sempre stato affascinato dalle storie. Con il passar del tempo ho anche sentito l’esigenza di raccontarle e così ho cominciato a farlo, chiedendomi di tanto in tanto, da cosa fosse mossa questa mia esigenza.

La risposta è arrivata a teatro quando ho assistito a una lezione di Alessandro Baricco.

Lo scrittore spiegava l’importanza dello storytelling e di come questa pratica abbia mosso il mondo e continui ancora a farlo. Per spiegarlo, Baricco, prese ad esempio la storia di Alessandro Magno. Il re, per conquistare i territori che si estendono dalla Macedonia all’India, dovette caricare il suo piccolo esercito nell’orgoglio e per fare ciò raccontò loro una storiella: fece credere di essere la reincarnazione di Achille. Alessandro Magno, però, non era un bugiardo, al contrario era egli stesso convinto. Sembra che prima di parlare al suo esercito, il re, dovette autoconvincersi di essere Achille incarnato mettendo su una cerimonia di danza attorno al fuoco. Noi non sappiamo nemmeno se Achille sia mai esistito, ma il risultato della convinzione di Alessandro Magno e di quello che ne scaturì è storia.

Baricco raccontò anche di come lo storytelling sia importante nelle cose semplici che avvengono quotidianamente.

Portò l’esempio di quello che avviene al mercato quando il fruttivendolo vende un peperone piuttosto che un altro. Ogni volta, diceva Baricco, che di “quel peperone” viene spiegata l’origine della sua coltivazione o la sua provenienza si crea una storia. La storia di un ortaggio, sicuramente, ma questo è abbastanza per dargli importanza. Acquisirà valore.

Che si tratti della storia di Alessandro Magno, del peperone, in qualsiasi epoca e per “fatti più o meno rilevanti”, Baricco ha fatto capire a tutti un fatto inconfutabile: ogni uomo ha bisogno di una storia. Quando esclamò questa frase sentii il sangue nelle mie vene circolare a razzo. Avevo capito che la mia necessità di scrivere era mossa da un istinto quasi primordiale per l’uomo.

A proposito di storie: leggi Il viaggio dell’eroe

La pratica di raccontare storie oppure costruire articoli sta erigendo dentro di me delle strutture di organizzazione di pensiero. Queste “strutture” vengono in mio soccorso ogni volta in cui ho bisogno di mettere in ordine i molteplici tumulti interni che la vita scatena. Vi capita mai di non capirci un cazzo di nulla?

Anche per questo articolo è successa la stessa cosa: sapevo di avere qualcosa dentro, sapevo di avere l’esigenza di raccontare qualcosa, ma non era organizzato, almeno fino al momento di cominciare a scrivere. Ora invece sì, è tutto chiaro, almeno per me s’intende.

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