Per quale motivo si dovrebbero seguire le passioni e tutto quello che ci scuote dentro

Mi capita sempre più spesso di sentire storie dai miei coetanei, ma anche più grandi, circa progetti che non necessariamente sono attinenti con il loro lavoro.
Un hobby direte voi, avendo forse ragione, ma chi se ne importa, dico invece io. La necessità di scrivere questo articolo non risiede nel classificare dei comportamenti dando loro un nome, non mi interessa.

Ricordo una scena di Revolutionary road in cui i due personaggi principali, marito e moglie, ricordano il momento in cui si sono conosciuti: “Cosa fai tu?” chiede lei, “Mi occupo di…” cerca di rispondere lui, “No, no aspetta, non ti stavo chiedendo il tuo lavoro, non ti chiedevo come guadagni i soldi, ti chiedevo cosa ti piace” conclude lei. Non ricordo bene le parole, ma il senso era questo, quindi chiedo assoluzione ai più pignoli.

Un paio di settimane fa venne a trovarmi a lavoro un mio amico, è un farmacista. Ci mettiamo a parlare del più e del meno (ironizzando sui meno) e a un certo punto, mi invita nella sua cascina in campagna. Da un paio di anni a questa parte produce delle birre artigianali e voleva farmi “assaggiare” i progressi fatti. Dal momento che l’ultima volta che ho assaggiato le sue birre mi sono piaciute, ho accolto subito l’invito. Poi mi è venuta un’idea: gli ho proposto di scrivere un articolo sulla sua attività.
Ho pensato: una persona fa un percorso di studi, grazie a questo riesce a trovare lavoro (cosa non scontata dal momento che siamo in Italia) e ancora ha bisogno di qualcos’altro. Continuando il nostro dialogo ho intuito che nelle sue intenzioni non ci sono fini commerciali, anche se questa ipotesi non la esclude per il futuro. Insomma mi sembrava un’ottima idea descrivere un progetto nella sua fase iniziale, sottolineando solo gli aspetti istintivi e passionali.

Ma se a oggi l’hobby di questa persona si fosse trasformato in un’attività di successo, il descriverne la fase iniziale avrebbe avuto lo stesso sapore?

Analizziamo

Conoscere pian piano le fasi iniziali di una storia di cui si sa che avrà successo, procura scariche adrenaliniche; alzi la mano chi non si è esaltato al cinema vedendo la trasposizione sullo schermo di una storia trionfale. Moltissime volte il rischio che si corre osservando queste storie è di rimanere con l’illusione dell’iceberg: vedere i sacrifici di una persona ed essere consapevoli del lieto fine ci fa sentire al sicuro, siamo più tranquilli.

Cosa succede invece se osserviamo una storia di cui non conosciamo il finale? Cosa succede se a essere messi in evidenza sono le emozioni, le frustrazioni o le soddisfazioni di una storia che sta all’inizio?

Una palla assurda, due coglioni uguali a due mongolfiere, lo so che qualcuno di voi sta pensando questo.

Io, al contrario, penso che osservare questi aspetti in una storia, indipendentemente che si tratti di un potenziale panettiere o di un futuro astronauta, possano solo aiutare e far bene.

Sono sicuro che per molti, mi riferisco ad esempio a chi fa un lavoro che gli piace, queste sono osservazioni normali. Io vi ammiro, sappiatelo, cerco di trarre quanto di positivo c’è in voi. Sono esenti figli di papà con carriere spianate, entusiasti solo del considerevole stipendio che il proprio lavoro gli produce, felicissimo per voi ma i miei riferimenti erano volti altrove.

Ma torniamo alle emozioni.

Per quale motivo si dovrebbe dare tanta importanza a quello che tanti definiscono hobby. Per quale motivo si dovrebbero seguire le passioni, tutto quello che ci scuote dentro, assecondandole e vivendole, perché?

Perché questo rappresenta quello che siamo.

Penso a tutte quelle persone che davanti a un desiderio si sono fermati, solamente perché si sono considerati troppo vecchi per farlo, oppure per paura di rendersi ridicoli agli occhi degli altri o peggio ai loro stessi occhi.

Ricordo la sensazione di essere in ritardo su ogni progetto che avevo a 22 anni. Ricordo la fretta che avevo di trovare un lavoro sicuro. Ricordo i continui cambiamenti di rotta da un progetto all’altro, valutati e mai iniziati, semplicemente perché quelli che vivevo in quegli anni non erano miei progetti: erano progetti di successo sì, ma che andavano bene per altre persone.

Mi chiedo quanto abbia influito, ad esempio, il mettere in pausa per anni le mie passioni, nella conoscenza di me stesso. Seguendole avrei stimolato le mie gioie così come le mie paure. Essere continuamente in contatto con le emozioni è un allenamento continuo per la conoscenza di noi stessi. Non mi pare poco un’esperienza di questo tipo, no?
La conoscenza di se stessi può aiutarci nei rapporti: sapere cosa tenere oppure no nella cerchia delle persone che ci girano attorno, non è un aspetto da sottovalutare, ad esempio. Stesso discorso vale per i progetti interrotti. Quante volte ci danniamo per le cose lasciate a metà? Ci chiediamo mai, però, se quello è il percorso che volevamo fare? Le difficoltà vengono superate solo se si vuole veramente qualcosa.
Fatte queste considerazioni, che pensate? Conviene ascoltare costantemente le nostre passioni in questa corsa sfrenata chiamata vita? Pensateci, io la mia risposta già ce l’ho.

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