Il viaggio di tre amici che decisero di disegnare con le ruote il perimetro della Spagna

Per chi mi conosce sa quanto per me sia importante viaggiare. Fino a oggi ho assecondato tutti i miei istinti rispetto al partire. Conservo magnifici ricordi dei viaggi e conosco il motivo: in quel preciso momento della vita dovevo andare in quel posto, oppure dovevo farlo con quelle persone.

Con il tempo ho maturato la convinzione che il viaggio perfetto non risiede nel dove, ma nella combinazione perfetta con chi? – momento giusto per partire.

Oggi vi voglio raccontare di un’esperienza fatta qualche anno fa che a parere mio tutti dovrebbero fare, il viaggio on the road.

Era appena cominciata l’estate  Francesco, Antonio e io cominciammo a valutare l’idea di partire insieme per un viaggio in macchina. Dal momento che ci conosciamo da tantissimi anni più volte avevamo accarezzato questa idea, ma ognuno di noi in momenti diversi.

Quell’anno successe che tutti e tre volevamo fare quella cosa, in quel momento, toccare le città che disegnano il perimetro della Spagna.

Per me on the road significa che il viaggio comincia da quando ti siedi in macchina. Eh già, non poteva cominciare in un momento diverso se si immagina la scena della macchina che ti viene a prendere. Gli italiani quando partono si riconoscono da lontano, hanno una tradizione di film e di racconti che li forgia nel modo di fare. Noi ad esempio, sembravamo usciti da un film anni ‘80 con Jerry Calà.

Arrivammo a Barcellona con la nave e restammo in città per un giorno. Partimmo subito perché avevamo deciso di visitarla alla fine del nostro giro, visto che da lì sarebbe ripartita la nave che ci avrebbe riportato in Italia. Direzione nord quindi, lungo il confine est della Spagna. Arrivammo a San Sebastian per la semana grande, la festa della città  che si svolge ad agosto. Appena arrivati la macchina si ruppe, costringendoci a prolungare la nostra permanenza in città. Ci arrabbiammo molto, e anche per questo bevemmo molto, per dimenticare la disavventura.

Ironizzammo sull’accaduto per tutta la permanenza a San Sebastian. Si innescò quasi una gara, ognuno di noi raccontava delle situazioni assurde per far ridere il gruppo. Una sera Antonio, mezzo svenuto sul divano, infilò una serie di gag da cabaret. Ho pensato di morire per rottura del cranio e della mascella a causa delle risate.

Tuttavia arrivò il tempo di andare via, la macchina fu riparata, e Francesco (unico pilota di questo viaggio) ci guidò verso Siviglia. “Datemi acqua e Grisbì, a guidare penso io” così ci disse, e così fece. Ogni volta che arrivava in una città sembrava Cristoforo Colombo e io e Antonio la sua ciurma. Alla guida era un cyborg.

Proseguimmo per Tarifa. In questa città ci sono due categorie di persone, quelli che bevono e quelli che fanno windsurf. Noi non eravamo i secondi. La dimostrazione era la faccia di Antonio mentre osservava, di tanto in tanto, gli scambi di beach tennis tra me e Francesco. L’antisport era la parola che più di tutte ci descriveva.

Intanto noi proseguivamo nel nostro viaggio prenotando i nostri alloggi a mano a mano che arrivavamo nelle città. Solo la casa a San Sebastian era stata prenotata dall’Italia. Potevamo organizzarci meglio, ma avevamo deciso che doveva andare così. Volevamo creare un’avventura anche nel cercare un alloggio. Ho l’impressione che la voglia era quella di liberarci anche dal più piccolo degli impegni. Fu così che assumemmo il fascino degli stranieri, ma forse è più giusto dire “Assumemmo qualcosa degli stranieri che sicuramente non era fascino”. Era come vivere nel video Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers.

Le strade che collegano le città spagnole ti parlano in continuazione. A me sembrava che dicessero “Liberati, liberati in qualche modo” e io l’ho fatto. Lo so che state pensando che ho scorreggiato ma non è così, per lo meno non in quel caso. Ho tirato un piede fuori dal finestrino mentre la macchina camminava. Il sole e il vento che mi colpivano era tutto quello di cui avevo bisogno in quell’istante.

Intanto arrivammo a Malaga per la feria. In città ci fiondammo subito tra la gente, un mare di persone. Noi eravamo là, con i nostri drink da un litro. Uno a testa. Pensavo fosse giusto che noi in quel preciso momento della nostra vita, dovessimo essere là. Stavo bene.

Continuammo ancora, arrivammo nel deserto di Tabernas come i cowboys per omaggiare i set dei film western, e sostammo per tre giorni ad Alicante. A Barcellona finì il nostro giro, come previsto. La città non la visitammo perché avevamo perso tempo a San Sebastian, quando la macchina si ruppe. Pensai che viaggio e vita sono fatti di momenti; a volte decidi tu di viverli questi momenti, altre volte sono loro che decidono per te.

Alla fine del viaggio mi sono accorto che nessuno di noi aveva acquisito tratti caratteriali di un altro. Può succedere con la quotidianità intensa di venti giorni. Mi piace pensare che questo sia successo perché ognuno si è sentito libero di vivere per come è se stesso.

On the road per me è stato questo, lo scambio di emozioni fra tre amici rispetto a un’avventura, nello stesso momento della loro esistenza.

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